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lunedì 17 novembre 2008

Il sistema universitario europero e americano


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E' passata qualche settimana dagli scioperi studenteschi e da quando il tema dell'Università era sulla cresta dell'onda. Oggi volevo fare un discorso proprio relativo all'Università, e soprattutto alle differenze tra il sistema universitario italiano (o meglio Europeo, con qualche eccezione nordica) e americano (o meglio anglossasone).

Parto da una considerazione elementare.
Secondo un Report del 2000, commissionato dalla European Education Commission, gli Stati Uniti spendono 36.500 Euro per studente contro gli 8.700 Euro dell'Europa. Inoltre per quanto riguarda i fondi per la ricerca, c'è un GAP di 10.000 Euro a studente (ovviamente a favore degli States).

Il modello che più si avvicina a quello statunitense è quello dell'Europa del Nord, ossia Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca. Questi paesi hanno un approcio diverso al sistema universitario, ma condividono la filosofia di fondo e soprattutto sono vicini nei risultati.
In primis, le Università di questi paesi non sono molte, ma sono dislocate uniformemente sul territorio riuscendo ad ottimizzare le risorse, soprattutto economiche. L'80% dei fondi vengono utilizzati dalle Università maggiori, le quali devono rendere conto del come e del perchè delle ricerche che compiono; i fondi, così utilizzati in maniera ottimale e controllata, non vengono sprecati e servono a formare realmente gli studenti.
Gli investimenti per studente sono molto elevati (la Svezia investe il 7% del suo PIL nell'istruzione, contro il misero 3,8% dell'Italia) e l'integrazione internazionale con gli altri Atenei è ottima, sviluppando un'eccezionale rete Erasmus.

Questo modello, per, rimane un caso a sè stante, figlio di Paesi che poco hanno da spartire con gli altri Paesi Europei anche sul piano economico, politico e sociale. Dando uno sguardo oltreoceano, e più precisamente negli Stati Uniti, ci accorgiamo che le cose cambiano radicalmente.
Potremmo stare ore a discutere del sistema universitario statunitense, che è pieno di pecche (a cominciare dal fatto che le famiglie devono accendere un mutuo per farvi accedere i figli). Le barriere (economiche) all'ingresso sono altissime, ma questo deriva dal sistema sociale americano, assolutamente NON Welfare State.
Chiusa la parentesi, una volta riusciti ad entrare, il sistema universitario degli Stati Uniti è uno dei più avanzati al mondo, polo per antonomasia dell'eccellenza scientifica e elettronica. Un sistema ideato per far avanzare i migliori, formare i professionisti, premiare l'eccellenza.
Guardiamo alle cosiddette Research University: Harvard, MIT, Stanford. Da queste Università sono uscite persone come Larry Page e Sergey Brin (gli inventori di Google), Bill Gates (non ha bisogno di presentazioni), e molti altri. Proprio Page e Brin, laureati alla Stanford University, hanno potuto creare il motore di ricerca più potente del mondo, grazie ad un finanziamento di diversi milioni di dollari quando erano poco più che ventenni. Ma li si possono ancora chiamare investimenti, visto che si stanno puntando soldi sui giovani più preparati di tutto il mondo, che studiano in un ambiente ultra competitivo.

Sulle modalità d'ingresso all'Università dico ancora una cosa.
A mio parere l'Università dovrebbe essere aperto a tutti e ad ingresso libero (comprese le facoltà tradizionalmente a numero chiuso come medicina). Dovrebbe essere poi il sistema educativo a scremare i grandi numeri. In un sistema veramente formativo, la scrematura sarebbe qualitativa e non quantitativa. Il vero problema non è se escono 300 o 1000 medici all'anno, ma la loro preparazione.

Nel sistema anglosassone gli esami di un certo anno devono essere superati in quel dato anno.
Se non si riesce l'Università scrive una bella lettera di raccomandazione per una Università inferiore per dire che non siete poi malaccio, ma NON siete adatti alla loro Università. Si scende di livello. E in un sistema dove il nome dell'Università è fondamentale, lo studente non può permettersi il lusso di perdere tempo.
In un sistema, invece, come quello italiano che permette una ripetizione praticamente infinita degli esami, non può formare delle figure professionali efficienti, ossia capaci di svolgere un determinato compito nel minor tempo possibile e nel miglior modo possibile.

Infine, un accenno al numero di corsi. La Gelmini su di una cosa ha ragione.
No, non esistono corsi con un solo studente. Però è vero che esistono 5500 corsi di laurea, la maggior parte dei quali sono identici, se non per un paio di esami. In una vera riforma dell'Università ci dovrebbe essere un accorpamento dei corsi, ed una eliminazione di tutte quelle specie di sub-facoltà, cloni riusciti male della facoltà madre, che, sbandierate come una maggiore possibilità di scelta (in realtà si è cercato di differenziare l'offerta formativa per attirare un maggior numero di studenti, dal momento che l'Italia si attestava in fondo a tutte le classifiche europee in quanto a numero di iscritti, percentuale di eccellenza, ecc..), hanno solo creato una maggior confusione e un enorme spreco di risorse e denaro.

martedì 11 novembre 2008

Testo tradotto integrale e video del primo discorso da presidente di Barack Obama


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Buonasera Chicago! Se c’è ancora qualcuno là fuori che dubita del fatto che l’America sia il posto dove tutto è possibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri Padri sia vivo oggi, che ancora si interroga sul potere della nostra democrazia, stasera ecco la risposta. E’ la risposta che hanno dato le file davanti le scuole e le chiese, mai così lunghe nella storia di questo paese, fatte da gente che ha atteso tre ore, quattro ore, molti per la prima volta nella loro vita, perché credevano che questa volta poteva essere diverso, e che la loro voce poteva essere quella differenza. E’ la risposta data da giovani e vecchi, ricchi e poveri, Democratici e Repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, gay, etero, disabili e non disabili. Americani, che hanno inviato al mondo il messaggio che noi non siamo mai stati solo un insieme di individui o un insieme di stati rossi e stati blu.

Noi siamo, e sempre saremo, gli Stati Uniti d’America.

E’ la risposta che ha guidato tutti coloro ai quali per lungo tempo e da molti è stato detto: siate scettici, abbiate dubbio e paura, riguardo a quello potrà succedere! ...e li ha guidati a mettere le proprie mani sul cammino della storia per dirigerlo ancora una volta verso la speranza di un giorno migliore.

C’è voluto molto tempo, ma stasera, grazie a quello che abbiamo fatto in questa giornata, in questa elezione, in questo specifico momento, oggi il cambiamento è in America.

Poco prima, in serata, ho ricevuto una chiamata di straordinaria cortesia dal Senatore Mc. Cain.

Il Sen. Mc Cain si è battuto a lungo e con tenacia in questa campagna. E ha combattuto ancora più a lungo e con tenacia per il Paese che ama. Ha sostenuto per l’America sacrifici che molti di noi non potrebbero nemmeno immaginare. Siamo grati per il servizio reso all’America da questo leader audace e coraggioso.

Mi congratulo con lui. Mi congratulo con il Governatore Palin per ciò che sono riusciti a realizzare. E sono impaziente di lavorare con loro per rinnovare la promessa di questo Paese, nei mesi che verranno.

Voglio ringraziare il mio compagno di viaggio, un uomo che ha fatto una campagna elettorale di cuore, che ha parlato in nome degli uomini e delle donne coi quali è cresciuto per le strade di Scranton e coi quali torna in treno a casa, in Delaware: il vice presidente eletto degli Stati Uniti, Joe Biden.

E non sarei qui stanotte se non fosse stato per il sostegno incessante del migliore amico dei miei ultimi 16 anni, pilastro della nostra famiglia, amore della mia vita, la First Lady Michelle Obama.

Sasha e Malia: vi amo più di ciò che possiate immaginare; vi siete meritate il nuovo cucciolo che verrà con noi alla Casa Bianca.

E anche se non è più con noi, io so che mia nonna ci sta guardando, come ci guarda la famiglia grazie alla quale io sono ciò che sono. Mi mancano, stasera, e so che il debito che ho nei loro confronti è incommensurabile!

A mia sorella Maya, a mia sorella Alma, a tutti i miei fratelli e le mie sorelle: grazie per il sostegno che mi avete dato. Vi sono grato.

Al responsabile del mio staff elettorale, David Plouffe, taciuto eroe di questa campagna, che ha realizzato la migliore, la migliore campagna politica, penso, della storia degli Stati Uniti d’America!

Al mio capo stratega, David Axelrod che è stato mio partner in ogni passo del cammino percorso.

Alla migliore squadra elettorale mai messa assieme nella storia politica: a voi tutto ciò è dovuto, e vi sarò per sempre grato per quello che avete sacrificato per realizzarlo.

Ma al di sopra di tutto, non dimenticherò mai coloro ai quali realmente appartiene questa vittoria. Appartiene a voi! Appartiene a voi!

Non sono mai stato un candidato favorito per questa carica. Non abbiamo mai avuto né molto denaro né molto consenso. La nostra campagna non è stata ordita nelle stanze di Washington. È cominciata nei cortili di Des Moines, nei soggiorni di Concord, sotto i portici di Charleston. E’ stata fatta da uomini e donne che hanno dato quel poco che avevano da dare: 5 o 10 o 20 dollari per la causa.

Ha tratto la propria forza da quei giovani che hanno respinto il mito di una generazione apatica e hanno lasciato le proprie case e le proprie famiglie per lavori che offrivano pochi soldi e ancor meno riposo. Ha preso la propria energia da quei meno giovani che hanno sfidato il freddo gelido e il caldo bruciante per bussare alle porte di perfetti sconosciuti, e dai milioni di americani che hanno prestato la propria opera volontaria e lavorato e provato che, più di due secoli dopo, il governo delle persone, dalle persone e per le persone non è stato inghiottito dalla Terra.

Questa è la vostra vittoria!

E io so che non avete fatto tutto ciò che avete fatto per vincere un’elezione. E so che non l’avete fatto per me.

Lo avete fatto perché capite l’enormità del compito che abbiamo davanti. Perché anche se stanotte stiamo festeggiando, sappiamo bene che le sfide che ci attendono domani saranno le più importanti della nostra vita: due guerre, un pianeta in pericolo, la peggiore crisi finanziaria del secolo.
Anche se stanotte siamo qui, sappiamo che ci sono dei coraggiosi americani che si stanno svegliando nei deserti dell’Iraq e nelle montagne dell’Afghanistan per rischiare le proprie vite per noi.

Che ci sono madri e padri che resteranno svegli dopo che i loro bambini si saranno addormentati e si chiederanno come faranno con l’ipoteca o a pagare il conto del medico o a risparmiare abbastanza per l’università dei loro figli.

Ci sono nuove energie da imbrigliare, nuovi posti di lavoro da creare, nuove scuole da costruire, minacce da fronteggiare, alleanze da ricostruire.

La strada che abbiamo davanti è lunga. La salita è ripida. Potremmo non arrivarci in un anno e nemmeno in un mandato. Ma, America, non ho mai auto tanta speranza quanta ne ho stasera sul fatto che ci arriveremo! Io vi prometto che noi ci arriveremo!

Ci saranno ostacoli e false partenze. Molti non concorderanno con tutto ciò che deciderò o con le mie politiche da Presidente. E sappiamo che il governo non può risolvere ogni problema.

Ma sarò sempre onesto con voi riguardo alle sfide che dovremo affrontare. Vi ascolterò, soprattutto quando non sarete d’accordo. E, sopra ogni cosa, vi chiederò di partecipare alla ricostruzione di questa nazione, nell’unico modo in cui l’America è stata fatta per 221 anni - - edificio per edificio, mattone per mattone, mano callosa per mano callosa.

Ciò che è cominciato 21 mesi fa nel cuore dell’inverno non può terminare in questa notte d’autunno.

Questa vittoria da sola non è il cambiamento che vogliamo. E’ solo l’opportunità di realizzare quel cambiamento. E ciò non può accadere se ritorniamo indietro al modo in cui le cose erano.

Non può accadere senza di voi, senza un nuovo spirito di servizio, un nuovo spirito di sacrificio.

Dunque facciamo appello ad un nuovo spirito di patriottismo e di responsabilità, per cui ognuno di noi si rimbocchi le maniche e lavori duramente e si prenda cura non solo di sé stesso ma anche degli altri.

Ricordiamoci che se la crisi finanziaria ci ha insegnato qualcosa è che non possiamo avere un Wall Street ricco e un "Main Street" (n.d.t inteso nel senso del popolo, della gente comune) in sofferenza.

In questo paese, nasciamo e moriamo come Una Nazione, Un Popolo. Non cediamo alla tentazione di ricadere nella faziosità, nella chiusura mentale e nell’immaturità che ha avvelenato la nostra politica così a lungo.

Ricordiamoci che è stato un uomo originario di questo stato a portare per primo lo stendardo del Partito Repubblicano alla Casa Bianca, un partito fondato sui valori dell’autostima, della libertà individuale e dell’unità nazionale.

Quei valori sono valori che tutti noi condividiamo. E mentre il Partito Democratico vince un’importante elezione stanotte, noi lo facciamo con una dose di umiltà e determinazione a sanare le divisioni che hanno ostacolato il nostro progresso.

Come disse Lincoln di fronte ad una nazione ben più lacerata della nostra, noi non siamo nemici ma amici. Anche se le nostre passioni possono averci infiammato, non devono rompersi i nostri legami di affetto.

E per quegli americani il cui sostegno non ho ancora guadagnato: posso non aver vinto il vostro voto stanotte, ma sento le vostre voci, ho bisogno del vostro aiuto. E sarò anche il vostro Presidente.

E per tutti coloro che stanotte ci guardano al di là delle nostre sponde, da palazzi e parlamenti, per coloro radunati attorno alle radio negli angoli dimenticati del mondo: le nostre storie sono differenti, ma il nostro destino è comune, ed una nuova alba per una leadership americana è a portata di mano.

martedì 4 novembre 2008

Alfabeto delle elezioni americane


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A - Alaska. Lo stato governato dalla Palin. La governatrice, sergente di ferro, dice di riuscire a vedere le coste della Siberia, quando c'è bel tempo. I russi rispondono che riescono a sentirla urlare anche con giornate nebbiose.

B - Blogosfera. La rete è stata fondamentale per il successo del senatore nero; senza Internet, la blogosfera e i social network (post) il fenomeno Obama, un perfetto sconosciuto che nel giro di due anni diventa il personaggio più conosciuto del pianeta, non sarebbe mai potuto esistere.

C - Crisi finanziaria. L'evento che più ha condizionato la campagna elettorale. Saranno soprattutto le risposte che riusciranno a dare a questa crisi i due candidati, una volta eletti, che determineranno la fortuna del loro mandato.

D - Denver. Leggendario. E' l'unico aggettivo che viene in mente a chiunque abbia ascoltato il discorso di Barack Obama a Denver, a 40 anni di distanza da un'altro discorso leggendario: quello di Martin Luther King. Se volete vedere il video del discorso di Obama a Denver questo è il link, mentre questo è il link con la traduzione in italiano del discorso.

E - Endorsement. L’endorsement è l’appoggio pubblico a un candidato da parte di un opinion leader. Nel mondo anglosassone è normale che un giornale dichiari, con un editoriale o un articolo a firma del proprio direttore o di un opinionista, quale candidato intenda appoggiare alle elezioni e perché. Barack Obama può contare sull'endorsement di 134 giornali, contro i 52 di John McCain.

F - Falsità. Da sempre una specialità repubblicana. Anche la campagna di John McCain ha rispettato il copione del vilipendio. Trovando però però pane per i suoi denti nel campo di Obama, che nonostante la promessa di non cedere alla tentazione ha risposto colpo su colpo, senza timore di colpire basso. Il confronto però parla chiaro: è negativo il 100% degli spot di McCain, Obama si ferma a meno del 50%.

G - Giovani. La fortuna di Obama. E' grazie a loro, al loro uso di internet e dei social network, che il fenomeno Obama ha potuto prendere piede e diventare fenomeno di massa.
Obama, uno dei più giovani Presidenti della storia d'America, per un'America pensata per i giovani.

H - Hope. Speranza, la "keyword" su cui è stata impostata tutta la campagna elettorale di Obama. La speranza di un futuro migliore, di un America migliore, di un mondo migliore.
Insieme a questa, l'altra "keyword" principale è stata senza dubbio alcuno "Change", cambiamento.

I - Iran. Il suo no alla guerra è stato il propulsore della candidatura di Barack Obama nelle primarie. Il mood del Paese, infatti, è più in sintonia con la promessa di ritiro (parziale) di Obama, che non con quella di vittoria di McCain.

J - Joe Biden. Uomo di apparato e rassicurante di fianco al giovane Barack Obama; un insider che conosce perfettamente Washington, dove si muove a suo agio e sa come manovrare le leve del potere nonostante la sua tendenza ormai nota alle gaffes. Presidente della commisione Esteri del Senato, è un esperto di politica estera, campo in cui il senatore Obama è invece considerato più debole.

K - Klu Klux Klan. La confraternità suprematista bianca ha avuto un rapporto controverso con il senatore nero dell'Illinois: se da un lato il sito ufficiale del KKK nega a caratteri cubitali un endorsement, alcuni esponenti o ex membri hanno dichiarato che una vittoria del senatore nero sarebbe la prova evidente dello strapotere delle minoranze e quindi l'inizio della presa di coscienza del popolo bianco.

L - Lotta al terrorismo. McCain propone una nuova agenzia civile-militare con l'invio di esperti nelle zone calde del mondo. Vuole chiudere la prigione di Guantanamo e ha criticato i metodi di interrogatorio inumani. Obama vuole concentrare i finanziamenti per la sicurezza nelle aree più a rischio. Si è opposto al Patriot Act. Vuole la chiusura di Guantanamo e il diritto al processo per i sospetti terroristi.

M - Middle Class. La classe media. Anima e corpo del sogno americano. Tecnicamente, chiunque guadagni meno di 250 mila ma più di 60 mila dollari l'anno. E' stato uno dei temi principali di tutta la campagna elettorale. Obama promette di ridurle le tasse. McCain la mette in guardia dal "socialismo" alle porte.

N - Nazisti. Gli skinheads avevano progettato un'attentato per uccidere Obama. Il piano prevedeva di sparare con un fucile da 750 metri, durante un'incontro pubblico di Obama.
Le probabilità di attentati rimangono comunque alte per il leader democratico.

O - Obamacans. I repubblicani che appoggiano Obama. Da qualche giorno il più celebre è Colin Powell. Ma prima di lui, aveva aperto la strada Susan Eisenhower, figlia di Ike, il generale che vinse la Seconda Guerra Mondiale prima di diventare presidente negli Anni 50.
Il precedente simmetrico e opposto sono i Reagan democrats, che 25 anni fa fecero la fortuna di Ronald Reagan.

P - Palin, Sarah. La chiaccheratissima vicepresidente di John McCain è stata uno degli argomenti principali di discussione di questa campagna elettorale. Tra altarini svelati e processi in corso, passando per il discusso film pornografico in cui compare la sua sosia, Sarah Palin è rimasta sempre al centro della scena. A lei il merito di aver animato ed infiammato il popolo repubblicano, ma contestata anche dal suo stesso partito e dai suoi stessi sostenitori, rischia di diventare il capro espiatorio di una possibile pesante sconfitta.

Q - Quaeda. Il network terroristico del fondamentalismo islamico di Osama bin Laden, autore delle stragi dell'11 settembre 2001. Per John McCain la sconfitta di al-Quaeda passa per la vittoria in Irak. Barack Obama indica invece nell'Afghanistan il vero fronte della guerra al terrorismo.

R - Razzismo. Questa sarà una variabile molto importante al momento del voto. Se la comunità afro-americana (come prevedibile) sarà schierata a favore di obama al momento del voto, tra gli elettori bianchi ci potrebbe essere qualche risentimento al momento finale che potrebbe creare qualche sorpresa. D'altronde, la segregazione razziale è stata eliminata da soli 40 anni...

S - Sondaggi. L'hanno fatta da padrone per tutta la campagna elettorale, risultando al tempo stesso la causa e il misura-effetti di questa altalenante corsa alla presidenza. Nell'era dell' "audience" e delle comunicazioni di massa, il sondaggio diviene il termometro della pubblica opinione.

T - Troopergate. Lo scandalo che viene dall’Alaska. Giusta la conclusione di un’indagine parlamentare indipendente, Sarah Palin ha commesso abuso di potere, facendo pressione sul capo della polizia Walt Monegan (che poi ha licenziato, ma in questo era nel suo diritto) perché cacciasse dai ranghi l’ex cognato, protagonista di un divorzio molto litigioso dalla sorella. La governatrice ha anche permesso che il marito Todd intervenisse nella vicenda, usando il suo ufficio e i suoi assistenti.

V - Virginia. Lo Stato dei padri fondatori, culla dei valori della democrazia americana, ma anche dello schiavismo. I democratici non lo conquistano dal 1964. Furono il Civil Rights Act e il Voting Right Acts, con cui Lyndon Johnson mise fine alla segregazione razziale, a consegnare da allora la Virginia e il resto del Sud ai repubblicani, fin lì disertati dagli elettori razzisti o con pregiudizi razziali perché visti come il partito di Lincoln. Quest'anno potrebbe dare la vittoria a Barack Obama. Sarebbe la rivoluzione dentro la rivoluzione.

Y - Yew, we can. Il celeberrimo slogan della campagna elettorale di Barack Obama. Su queste tre parole si sono scritti libri e fatte canzoni, e solo la storia potrà spiegare l'incredibile potenza di questo slogan. Qui un mio post sulla profondità del "motto obamiano".

Come si elegge il presidente degli Stati Uniti d'America


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Il 4 novembre gli americani eleggono il presidente degli Stati Uniti, vero? No, falso. O parzialmente falso.

Il sistema elettorale degli Stati Uniti è infatti piuttosto complesso, frutto della forma federale dello Stato e della visione aristocratica della democrazia che avevano i padri costituenti alla fine del '700. Occorre comprenderne i tratti principali, se si vuole capire come funziona la campagna elettorale.

* Il sistema elettorale americano è indiretto. Non sono infatti i cittadini ad eleggere direttamente il presidente, ma 538 cosiddetti "grandi elettori" che il 15 dicembre votano nei rispettivi Stati. I cittadini sulla scheda esprimono la preferenza per un candidato presidente, ma in realtà eleggono una lista di "grandi elettori" associati con lui.

* E' il singolo Stato che conta. I voti dei cittadini (detti "voti popolari") si contano Stato per Stato, non al livello nazionale. McCain può vincere in Texas e perdere in California, Obama può vincere a New York e perdere in Arizona: colui che vince - anche di uno solo voto - in uno Stato si prende tutti i "grandi elettori" in palio in quello Stato (parziali eccezioni: i piccoli Maine e Nebraska, che sono suddivisi in collegi elettorali), chi riesce a far eleggere almeno 270 grandi elettori finisce alla Casa Bianca.

* Come votano i "grandi elettori". Tradizionalmente i "grandi elettori" sono tenuti a votare per il candidato alla Casa Bianca cui sono associati nelle schede, ma ci sono teoriche eccezioni.

* Come si dividono i "grandi elettori". Ogni Stato, piccolo o grande, ha diritto a due grandi elettori più tanti altri quanti sono i deputati inviati alla Camera dei rappresentanti. I deputati alla Camera sono attribuiti grossomodo secondo la popolazione, quindi gli Stati più grandi ne hanno di più. Così i piccoli Stati sono relativamente sovrarappresentati rispetto alla popolazione: il Vermont (circa 600.000 abitanti) ha tre "voti elettorali" e la California (35.000.000) ne ha 55.

* Gli Stati "banderuola". Le ultime settimane della campagna elettorale si concentrano sugli swing states, cioè su quegli Stati dove i sondaggi danno un esito incerto e dove pochi voti possono far pendere la bilancia da una parte o dall'altra. Come già accadde nell'ultima tornata elettorale, l'Ohio risulterà decisivo. In palio anche Florida, Nevada, Colorado, North Carolina, Missouri, Indiana, Virginia.

* La notte elettorale. Non essendoci un "Viminale" che fornisca e certifichi i risultati a livello nazionale, la notte elettorale si passa in attesa dei risultati dei singoli Stati. Le diverse catene televisive (ma ormai anche i quotidiani con i loro siti web) valutano exit poll, proiezioni e poi i dati effettivi e attribuiscono - secondo i loro calcoli - uno Stato a un contendente o a un altro, via via colorando di blu (per i democratici) e di rosso (per i repubblicani) le cartine del Paese.

Tratto da: La Repubblica

giovedì 30 ottobre 2008

Obama, the new hope!


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Che strana coincidenza: nel periodo più nero della storia d'America, un nero si appresta a divenire il uso Presidente.



E non so perchè...
ma pensare che Borghezio andava a caccia dei neri armato di bastone, e che ora proprio un nero sta per diventare l'uomo più potente del pianeta...
non so perchè...
ma mi riempie di gioia...

domenica 5 ottobre 2008

Recessione


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La Camera Usa approva il piano di salvataggio per il Paese. Mandare via Bush.
(Tratto da "Il Satiro Saggio ")

martedì 16 settembre 2008

Potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere...


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E' fallita la più grande banca degli Stati Uniti per attivi.
Jp Morgan Chase ha comprato Bear Sterns.
Bruciati, nella sola Europa, 15 miliardi di euro sui mercati finanziari.
6.000 licenziamenti in un solo giorno in Europa.
Wall Street in crisi profonda.
La Russia avverte l'Unione Europea che risponderà alle possibili sanzioni con la stessa moneta.
Il dollaro sta subendo un deprezzamento inarrestabile e il petrolio è sceso sotto i 97 dollari al barile.

Ok. Siamo nella merda.

sabato 13 settembre 2008

Chi è Sarah Palin?


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E alla fine arrivò una donna a stravolgere tutto. Anzi un barracuda.
L'ingresso di Sarah Palin nella bagarre elettorale americana ha provocato uno scossone che potrebbe cambiare un risultato apparentemente segnato. Pochi avrebbero scommesso sull'occhialuta governatrice dell'Alaska, che invece si è rivelata più combattiva e agguerrita dello stesso McCain.

Ma chi è Sarah Palin? Una convinta femminista fervente cristiana o una guerrafondaia senza scrupoli?
Qualunque sia la risposta la contromossa di McCain a Obama si è rivelata un successo: la presenza della Palin riempie le convention dei Repubblicani come lo stesso ex-marine non aveva mai fatto fin'ora, e si è rivelata un ottimo aggregatore di voti, da quello delle donne deluse per la mancata nomination di Hillary Clinton, al voto dei pro-lifers, gli anti-abortisti americani.

Comunque sia la scesa in campo dell'euforica governatrice dell'Alaska ha reso nervoso anche Barack Obama, che la subito apostrofata come un "maiale con il rossetto", e ha sottolineato la sua scarsa esperienza in politica (cosa che tra l'altro viene spesso rinfacciata proprio al senatore dell'Illinois).
Eppure Obama e il suo staff ne avrebbero di punti a cui aggrapparsi per fare la guerra alla Palin.
Sarah raggruma in sè le peggiori  caratteristiche dei Repubblicani: è a favore delle armi, della pena di morte, della guerra (ha dichiarato pubblicamente che la guerra in Iraq è stata voluta da Dio), delle trivellazioni petrolifere in Alaska e contro i matrimoni gay.
E' stata arrestata in stato di ubriachezza, ha compiuto licenziamenti in scarso odore di legalità, ed è stata addirittura membro di un partito indipendentista che cercato di ottenere la secessione dell'Alaska.

La vicenda di Bristol Palin, al figlia diciassettenne di Sarah Palin, è esemplificativa: la scelta politically correct di tenere tenere il figlio contro l'aborto è combaciata con il matrimonio più combinato della storia dopo quello di Umberto Agnelli e Antonella Piaggio.

Chi è dunque Sarah Palin? Una donne con tanti lati opinabili e un passato non proprio chiaro, ma  estremamente mediatica, incisiva, suadente, energica; le donne vedono in lei un leader (soprattutto dopo l'uscita di scena di Hillary Clinton) e questo può essere superiore al programma di governo.

lunedì 8 settembre 2008

Notizie flash


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Ragazza americana di 11 anni smonta e rimonta un fucile in 53 secondi.
Fallita. Una vera americana lo avrebbe fatto in 34 secondi e bendata.

Tera Patrick, nota pornostar statunitense, ha dichiarato che voterà per Obama.
Da intenditrice ha capito subito le potenzialità del senatore nero dell'Illinois.

Crisi dei mutui. Il governo statunitense nazionalizza Fannie Mae e Freddie Mac con un maxi-salvataggio, che ricorda i vecchi regimi comunisti. Dopo la grande operazione Alitalia, un'altro esempio di liberalità.

Bossi attacca il ministro dell'istruzione Gelmini: "E' incompetente."
Disse l'uomo "specializzato in elettronica applicata alla medicina"...

domenica 31 agosto 2008

Il discorso integrale di Barack Obama a Denver (testo tradotto)


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Come promesso, dopo il video ecco proposto il testo tradotto dell'immenso discorso di Obama a Denver davanti a 84.000 persone.
Because we believe in you, Obama. Because we wanna change.


È con profonda gratitudine e grande umiltà che accetto la vostra nomination per la presidenza degli Stati Uniti.Lasciate anzitutto che ringrazi i miei avversari nelle primarie e in particolare colei che più a lungo mi ha conteso la vittoria – un faro per i lavoratori americani e fonte di ispirazione per le mie figlie e le vostre – Hillary Rodham Clinton.

Grazie anche al presidente Clinton e a Ted Kennedy, che incarna lo spirito di servizio, e al prossimo vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden.

Il mio amore va alla prossima First Lady, Michelle Obama e a Sasha e Malia. Vi amo e sono fiero di voi.

Quattro anni fa vi ho raccontato la mia storia, la storia di una breve unione tra un giovane del Kenya e una giovane del Kansas, persone qualunque e non ricche, ma che condividevano la convinzione che in America il loro figliolo potesse realizzare i suoi sogni.

È questa la ragione per cui mi trovo qui stasera. Perchè per 230 anni ogni qual volta questo ideale americano e’ stato minacciato, gli uomini e le donne di questo Paese – studenti e soldati, contadini e insegnanti, infermieri e bidelli – hanno trovato il coraggio di difenderlo.

Attraversiamo un momento difficile, un momento in cui il Paese e’ in guerra, l’economia e’ in crisi e il sogno americano e’ stato ancora una volta minacciato.
Oggi molti americani sono disoccupati e moltissimi sono costretti a lavorare di più per un salario inferiore. Molti di voi hanno perso la casa. Questi problemi non possono essere tutti imputati al governo. Ma la mancata risposta e’ il prodotto di una politica fallimentare e delle pessime scelte di George W. Bush. L’America è migliore della nazione che abbiamo visto negli ultimi otto anni. Il nostro Paese è più generoso di quello in cui un uomo in Indiana deve imballare i macchinari con i quali lavora da venti anni e vedere che vengono spediti in Cina e poi con le lacrime agli occhi deve tornare a casa e spiegare alla famiglia cosa è successo. Abbiamo più cuore di un governo che abbandona i reduci per le strade, condanna le famiglie alla povertà e assiste inerme alla devastazione di una grande città americana a causa di un nubifragio. Stasera agli americani, ai democratici, ai repubblicani, agli indipendenti di ogni parte del Paese dico una cosa sola: basta!

Abbiamo l’occasione di rilanciare nel ventunesimo secolo il sogno americano. Siamo qui stasera perchè amiamo il nostro Paese e non vogliamo che i prossimi quattro anni siano come gli otto che abbiamo alle spalle.

Ma non voglio essere frainteso.
Il candidato repubblicano, John McCain, ha indossato la divisa delle forze armate degli Stati Uniti con coraggio e onore e per questo gli dobbiamo gratitudine e rispetto. Ma i precedenti sono chiari: John McCain ha votato per George Bush il 90% delle volte.
Al senatore McCain piace parlare di giudizio, ma di quale giudizio parla visto che ha ritenuto che George Bush avesse ragione più del 90% delle volte? Non so come la pensate, ma a me il 10% non basta per cambiare le cose.

La verità è che su tutta una serie di questioni che avrebbero potuto cambiare la vostra vita – dall’assistenza sanitaria all’istruzione e all’economia – il senatore McCain non è stato per nulla autonomo.
Ha detto che l’economia ha fatto «grandi progressi» sotto la presidenza Bush.
Ha detto che i fondamentali dell’economia sono a posto. Ha detto che soffrivamo unicamente di una «recessione mentale» e che siamo diventati una «nazioni di piagnucoloni». Una nazione di piagnucoloni. Andatelo a dire ai metalmeccanici del Michigan che hanno volontariamente deciso di lavorare di piu’ per scongiurare la chiusura della fabbrica automobilistica.

Ditelo alle famiglie dei militari che portano il loro peso in silenzio. Questi sono gli americani che conosco.
McCain sarà in buona fede ma non sa come stanno le cose. Altrimenti come avrebbe potuto dire che appartengono al ceto medio tutti quelli che guadagnano meno di 5 milioni di dollari l’anno?
Come avrebbe potuto proporre centinaia di miliardi di sgravi fiscali per le grandi aziende e per le compagnie petrolifere e nemmeno un centesimo per oltre cento milioni di americani?

Da oltre due decenni McCain è fedele alla vecchia e screditata filosofia repubblicana secondo cui bisogna continuare a far arricchire quelli che sono già ricchi nella speranza che qualche briciola di prosperità cada dal tavolo e finisca agli altri.

Perdi il lavoro? Pura sfortuna. Non hai assistenza sanitaria? Ci penserà il mercato. Sei nato in una famiglia povera? Datti da fare. È ora di cambiare l’America. Noi democratici abbiamo del progresso una idea completamente diversa.
Per noi progresso vuol dire trovare un lavoro che ti consenta di pagare il mutuo; vuol dire poter mettere qualcosa da parte per mandare i figli all’università. Per noi progresso sono i 23 milioni di nuovi posti di lavoro creati da Bill Clinton quando era presidente.

Noi misuriamo la forza dell’economia non in base al numero dei miliardari, ma in base alla possibilità di un cittadino che ha una buona idea di rischiare e avviare una nuova impresa. Vogliamo una economia rispettosa della dignità del lavoro.
I criteri con cui valutiamo lo stato di salute dell’economia sono quelli che hanno reso grande questo Paese e che mi consentono di essere qui stasera. Perchè nei volti dei giovani reduci dell’Iraq e dell’Afghanistan vedo mio nonno che andò volontario a Pearl Harbour, combattè con il generale Patton e fu ricompensato da una nazione capace di gratitudine con la possibilità di andare all’università.

Nel volto del giovane studente che dorme appena tre ore per fare il turno di notte vedo mia madre che ha allevato da sola mia sorella e me e contemporaneamente ha finito gli studi. Quando parlo con gli operai che hanno perso il lavoro penso agli uomini e alle donne del South Side di Chicago che venti anni fa si batterono con coraggio dopo la chiusura dell’acciaieria.
Ignoro che idea abbia McCain della vita che conducono le celebrità, ma questa è stata la mia vita. Questi sono i miei eroi. Queste sono le vicende che mi hanno formato. Intendo vincere queste elezioni per rilanciare le speranze dell’America.

Ma quali sono queste speranze? Che ciascuno possa essere l’artefice della propria esistenza trattando gli altri con dignità e rispetto. Che il mercato premi il talento e l’innovazione e generi crescita, ma che le imprese si assumano le loro responsabilità e creino posti di lavoro.
Che il governo, pur non potendo risolvere tutti i problemi, faccia quello che non possiamo fare da soli: proteggerci e garantire una istruzione a tutti i bambini; preoccuparsi dell’ambiente e investire in scuole, strade, scienza e tecnologia.

Il governo deve lavorare per noi, non contro di noi. Deve garantire le opportunità non solo ai più ricchi e influenti, ma a tutti gli americani che hanno voglia di lavorare. Sono queste le promesse che dobbiamo mantenere. È questo il cambiamento di cui abbiamo bisogno. E sul tipo di cambiamento che auspico quando sarò presidente voglio essere molto chiaro.

Cambiamento vuol dire un sistema fiscale che non premi i lobbisti che hanno contribuito a farlo approvare, ma i lavoratori americani e le piccole imprese. Il mio programma prevede tagli fiscali del 95% a beneficio delle famiglie dei lavoratori. In questa situazione economica l’ultima cosa da fare e’ aumentare le tasse che colpiscono il ceto medio.

E per l’economia, per la sicurezza e per il futuro del pianeta prendo un impegno preciso: entro dieci anni sarà finita la nostra dipendenza dal petrolio del Medio Oriente. Da presidente sfrutterò le nostre riserve di gas naturale, investirò nel carbone pulito e nel nucleare sicuro. Inoltre investirò 150 miliardi di dollari in dieci anni sulle fonti energetiche rinnovabili: energia eolica, energia solare, biocombustibili.

L’America deve pensare in grande. È giunto il momento di tenere fede all’obbligo morale di garantire una istruzione adeguata a tutti i bambini. Assumerò un esercito di nuovi insegnanti pagandoli meglio e appoggiandoli nel loro lavoro.
È giunto il momento di garantire l’assistenza sanitaria a tutti gli americani. È giunto il momento di garantire ai lavoratori il congedo per malattia retribuito perché in America nessuno dovrebbe scegliere tra mantenere il lavoro o prendersi cura di un figlio o di un genitore ammalato. È giunto il momento di realizzare la parità salariale tra uomini e donne perché voglio che le mie figlie abbiano esattamente lo stesso trattamento dei vostri figli.

Molti di questi programmi richiederanno grossi investimenti ma ho previsto la copertura finanziaria per ogni progetto di riforma. Ma realizzare le speranze americane comporta qualcosa di più del denaro. Comporta senso di responsabilità e la riscoperta di quella che John F. Kennedy definì «la forza morale e intellettuale». Ma il governo non può fare tutto. Nessuno può sostituire i genitori. Il governo non può spegnere il televisore nelle vostre case per far fare i compiti ai figli e non è compito del governo allevare i figli con amore.

Responsabilità personale e collettiva: è questo il senso delle speranze americane.Ma i valori dell’America vanno realizzati non solo in patria, ma anche all’estero. John McCain dubita delle mie capacità di fare il comandante in capo. Mi ha sfidato a sostenere un dibattito televisivo su questo tema. Non mi tirerò indietro. Dopo l’11 settembre mi sono opposto alla guerra in Iraq perché ritenevo che ci avrebbe distratto dalle vere minacce. John McCain ama ripetere che è disposto a seguire Bin Laden fino alle porte dell’inferno, ma in realtà non vuole andare nemmeno nella grotta in cui vive.

L’Iraq ha un avanzo di bilancio di 79 miliardi di dollari mentre noi sprofondiamo nel deficit eppure John McCain, testardamente, si rifiuta di mettere fine a questa guerra insensata. Abbiamo bisogno di un presidente capace di affrontare le minacce del futuro e non aggrappato alle idee del passato. Non si smantella una rete terroristica che opera in 80 Paesi occupando l’Iraq. Non si protegge Israele e non si dissuade l’Iran facendo i duri a parole a Washington. Non si può fingere di stare dalla parte della Georgia dopo aver logorato i rapporti con i nostri alleati storici.
Se John McCain vuol continuare sulla falsariga di Bush, quella delle parole dure e delle pessime strategie, faccia pure, ma non è il cambiamento che serve agli americani. Siamo il partito di Roosevelt. Siamo il partito di Kennedy. E quindi non venitemi a dire che i democratici non difenderanno il nostro Paese. Come comandante in capo non esiterò mai a difendere questa nazione.

Metterò fine alla guerra in Iraq in maniera responsabile e combatterò contro Al Qaeda e i talebani in Afghanistan. Rimetterò in piedi l’esercito. Ma farò nuovamente ricorso alla diplomazia per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e per contenere l’aggressività russa. Creerò nuove alleanze per vincere le sfide del ventunesimo secolo: terrorismo e proliferazione nucleare; povertà e genocidio; cambiamento climatico e malattie. E ripristinerò la nostra reputazione morale perchè l’America torni ad essere per tutti il faro della speranza, della libertà, della pace e di un futuro migliore.

È questo il mio programma. Sono tempi duri, la posta in gioco è troppo alta perchè si continui a demonizzare l’avversario. Il patriottismo non ha bandiere di partito. Amo questo Paese, ma lo ama anche John McCain. Gli uomini e le donne che si battono sui campi di battaglia possono essere democratici, repubblicani o indipendenti, ma hanno combattuto insieme e spesso sono morti insieme per amore della stessa bandiera.

Il compito che ci aspetta non è facile. Le sfide che dobbiamo affrontare comportano scelte difficili e sia i democratici che i repubblicani debbono abbandonare le vecchie, logore idee e la politica del passato. Negli ultimi otto anni non abbiamo perso solamente posti di lavoro o potere d’acquisto; abbiamo perso il senso dell’unità di intenti. Possiamo non essere d’accordo sull’aborto, ma certamente tutti vogliamo ridurre il numero delle gravidanze indesiderate.

Il possesso delle armi da fuoco non è la stessa cosa per i cacciatori dell’Ohio e i cittadini di Cleveland minacciati dalle bande criminali, ma non venitemi a dire che violiamo il secondo emendamento della Costituzione se impediamo ai criminali di girare con un kalashnikov. So che ci sono divergenze sul matrimonio gay, ma sono certo che tutti siamo d’accordo sul fatto che i nostri fratelli gay e le nostre sorelle lesbiche hanno il diritto di fare visita in ospedale alla persona che amano e hanno il diritto a non essere discriminati. Una grande battaglia elettorale si vince sulle piccole cose.

So di non essere il candidato più probabile per questa carica. Non ho il classico pedigree e non ho passato la vita nei Palazzi di Washington. Ma stasera sono qui perchè in tutta l’America qualcosa si sta muovendo. I cinici non capiscono che questa elezione non riguarda me. Riguarda voi. Per 18 mesi vi siete impegnati e battuti e avete diffusamente parlato della politica del passato. Il rischio maggiore è aggrapparsi alla vecchia politica con gli stessi vecchi personaggi e sperare che il risultato sia diverso.

Avete capito che nei momenti decisivi come questo il cambiamento non viene da Washington. È Washington che bisogna cambiare. Il cambiamento lo chiedono gli americani. Ma sono convinto che il cambiamento di cui abbiamo bisogno è alle porte. L’ho visto con i miei occhi. L’ho visto in Illinois dove abbiamo garantito l’assistenza sanitaria ai bambini e dato un posto di lavoro a molte famiglie che vivevano con il sussidio di disoccupazione.
L’ho visto a Washington quando con esponenti di entrambi i partiti ci siamo battuti contro l’eccessiva invadenza dei lobbisti e quando abbiamo presentato proposte a favore dei reduci. E l’ho visto nel corso di questa campagna elettorale.

L’ho visto nei giovani che hanno votato per la prima volta, nei repubblicani che non avrebbero mai pensato di poter scegliere un democratico, nei lavoratori che hanno scelto di auto-ridursi l’orario di lavoro per non far perdere il posto ai compagni, nei soldati che hanno perso un arto, nella gente che accoglie in casa un estraneo quando c’è un uragano o una inondazione. Il nostro è il Paese più ricco della terra, ma non è questo che ci rende ricchi. Abbiamo l’esercito più potente del mondo, ma non è questo che ci rende forti. Le nostre università e la nostra cultura sono l’invidia del mondo, ma non è per questo che gente di ogni parte del mondo viene in America.

È lo spirito americano – quella promessa americana – che ci spinge ad andare avanti anche quando il cammino sembra incerto. Quella promessa è il nostro grande patrimonio. È la promessa che faccio alle mie figlie quando rimbocco loro le coperte la sera, la promessa che ha indotto gli immigranti ad attraversare gli oceani e i pionieri a colonizzare il West, la promessa che ha spinto i lavoratori a lottare per i loro diritti scioperando e picchettando le fabbriche e le donne a conquistare il diritto di voto.

È la promessa che 45 anni fa fece affluire milioni di americani a Washington per ascoltare le parole e il sogno di un giovane predicatore della Georgia. Gli uomini e le donne lì riuniti avrebbero potuto ascoltare molte cose. Avrebbero potuto ascoltare parole di rabbia e di discordia. Avrebbero potuto cedere alla paura e alla frustrazione per i tanti sogni infranti. Ma invece ascoltarono parole di ottimismo, capirono che in America il nostro destino è inestricabilmente legato a quello degli altri e che insieme possiamo realizzare i nostri sogni. «Non possiamo camminare da soli», diceva con passione il predicatore. «E mentre camminiamo dobbiamo impegnarci ad andare sempre avanti e a non tornare indietro».
America, non possiamo tornare indietro. C’è molto da fare. Ci sono molti bambini da educare e molti reduci cui prestare assistenza. Ci sono una economia da rilanciare, città da ricostruire e aziende agricole da salvare. Ci sono molte famiglie da proteggere. Non possiamo camminare da soli. In questa campagna elettorale dobbiamo prendere nuovamente l’impegno di guardare al futuro.

Manteniamo quella promessa – la promessa americana. Grazie. Che Dio vi benedica. Che Dio benedica gli Stati Uniti d’America.

sabato 30 agosto 2008

Il discorso integrale di Barack Obama a Denver


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Ecco il video dell'immenso discorso pronunciato da Barack Obama a Denver, davanti a 84.000 persone.
Because we are with you, Obama. Because yes, we can.



A breve la traduzione scritta..

lunedì 30 giugno 2008

Sottili differenze


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Per capire la differenza tra noi e gli Stati Uniti, basta gurdare le recenti vicende legate ai fondi speculativi di Wall Street. Da noi, in italia, i reati finanziari non solo hanno punizioni ridicole, ma vengono addirittura depenalizzati per salvare il culo al premier. Negli States, i reati finanziari sono una delle cose più gravi che si possa commettere. Senza ricordare il caso Enron (le condanne sono arrivate anche a 90 anni di carcere), negli Stati Uniti i reati finanziari sono una cosa seria: per capire meglio leggere la notizia dell'arresto di 60 persone, nell'operazione coordinata dall'FBI, che ha portato anche all'incriminazione di altre 406 persone.

Come dice Marco Travaglio: "In Italia, se commetti reati finanziari, paghi tangenti, falsifichi bilanci e documenti e corrompi giudici e imputati, se proprio proprio ti va male... ti fanno Presidente del Consiglio..."




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