Nelle bellissime agende da tavolo e agendine da tasca del Senato, appositamente disegnate per il 2009 dalla fashion house Nazareno Gabrielli, tra i 365 giorni elegantemente annotati ne manca uno. Il giorno con il promemoria: «Tagli ai costi della politica». A partire, appunto, dal costo delle agendine: 260.000 euro. Mezzo miliardo di lire. Per dei taccuini personalizzati. Più di quanto costerebbero di stipendio lordo annuo dodici poliziotti da assumere e mandare nelle aree a rischio. Il doppio, il triplo o addirittura il quadruplo di quanto riesce a stanziare mediamente per ogni ricerca sulla leucemia infantile la Città della Speranza di Padova, la struttura che opera grazie a offerte private senza il becco di un quattrino pubblico e ospita la banca dati italiana dei bambini malati di tumore.Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella (Brano tratto da «La Casta», nuova edizione aggiornata)
Sentiamo già la lagna: uffa, questi attacchi alle istituzioni democratiche! Imbarazza il paragone coi finanziamenti alle fondazioni senza fini di lucro? Facciamone un altro. Stando a uno studio del professor Antonio Merlo dell'Università della Pennsylvania, che ha monitorato gli stipendi dei politici americani, quelle agendine costano da sole esattamente 28.000 euro (abbondanti) più dello stipendio annuale dei governatori del Colorado, del Tennessee, dell'Arkansas e del Maine messi insieme. È vero che quei quattro sono tra i meno pagati dei pari grado, ma per guidare la California che da sola ha il settimo Pil mondia-le, lo stesso Arnold Schwarzenegger prende (e restituisce: «Sono già ricco») 162.598 euro lordi e cioè meno di un consigliere regionale abruzzese.
Sono tutti i governatori statunitensi a ricevere relativamente poco: 88.523 euro in media l'anno. Lordi. Meno della metà, stando ai dati ufficiali pubblicati dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, degli emolumenti lordi d'un consigliere lombardo. Oppure, se volete, un quarto di quanto guadagna al mese il presidente della Provincia autonoma di Bolzano Luis Durnwalder, che porta a casa 320.496 euro lordi l'anno. Vale a dire quasi 36.000 euro più di quanto guadagna il presidente degli Stati Uniti.(...) Se è vero che non saranno le agendine o i menu da dieci euro a portare alla rovina lo Stato italiano, è altrettanto vero però che non saranno le sforbiciatine date dopo il deflagare delle polemiche a raddrizzare i bilanci d'un sistema mostruosamente costoso. Né tanto meno a salvare la cattiva coscienza del mondo politico. Certo, l'abolizione dell'insopportabile andazzo di un tempo, quando bastava denunciare la perdita o il furto di un oggetto per avere il risarcimento («Ho perso una giacca di Caraceni». «Prego onorevole, ne compri un'altra e ci porti lo scontrino»), è un'aggiustatina meritoria. Come obbligati erano la soppressione a Palazzo Madama del privilegio del barbiere gratuito e l'avvio di un nuovo tariffario (quasi) di mercato: taglio 15 euro, taglio con shampoo 18, barba 8, frizione 6... E così la cancellazione del finanziamento di 200.000 euro per i corsi di inglese che non frequentava nessuno. E tante altre cosette ancora. Un taglietto qua, una limatina là... (...) Sul resto, però, buonanotte. L'andazzo degli ultimi venti anni è stato tale che, per forza d'inerzia, i costi hanno continuato a salire. Al punto che i tre questori Romano Comincioli (Pdl), Benedetto Adragna (Pd) e Paolo Franco (Lega Nord), nell'estate 2008, hanno ammesso una resa senza condizioni scrivendo amaramente nel bilancio: «Non è stato possibile conseguire l'obiettivo di inversione dell'andamento della spesa in proposito fissato dal documento sulle linee guida».
Risultato: le spese correnti di Palazzo Madama, nel 2008, sono salite di quasi 13 milioni rispetto al 2007 per sfondare il tetto di 570 milioni e mezzo di euro. Un'enormità: un milione e 772.000 euro a senatore. Con un aumento del 2,20 per cento. Nettamente al di sopra dell'inflazione programmata dell' 1,7 per cento.
Colpa di certe spese non facilmente comprensibili per un cittadino comune: 19.080 euro in sei mesi per noleggiare piante ornamentali, 8.200 euro per «calze e collant di servizio» (in soli tre mesi), 56.000 per «camicie di servizio » (sei mesi), 16.200 euro per «fornitura vestiario di servizio per motociclisti ». Ma soprattutto dei nuovi vitalizi ai 57 membri non rieletti e dei 7.251.000 euro scuciti per pagare gli «assegni di solidarietà» ai senatori rimasti senza seggio. Come Clemente Mastella. Il cui «assegno di reinserimento nella vita sociale» (manco fosse un carcerato dimesso dalle patrie galere) scandalizzò anche Famiglia Cristiana che gli chiese di rinunciare a quei 307.328 euro e di darli in beneficenza. Sì, ciao: «La somma spetta per legge a tutti gli ex parlamentari». Fine.
Grazie alle vecchie regole, il «reinserimento nella vita sociale» di Armando Cossutta è costato 345.600 euro, quello di Alfredo Biondi 278.516, quello di Francesco D'Onofrio 240.100. Un pedaggio pagato, ovviamente, anche dalla Camera. Dove Angelo Sanza, per fare un esempio, ha trovato motivo di consolazione per l'addio a Montecitorio in un accredito bancario di 337.068 euro. Più una pensione mensile di 9.947 euro per dieci legislature. Pari a mezzo secolo di attività parlamentare. Teorici, si capisce: grazie alle continue elezioni anticipate, in realtà, di anni «onorevoli » ne aveva fatti quattordici di meno.
Un dono ricevuto anche da larga parte dei neo-pensionati che erano entrati in Parlamento prima della riforma del 1997 e come abbiamo visto si erano tirati dietro il privilegio di versare con modica spesa i contributi pensionistici anche degli anni saltati per l'interruzione della legislatura. Come il verde Alfonso Pecoraro Scanio, andato a riposo a 49 anni appena compiuti con gli 8.836 euro al mese che spettano a chi ha fatto 5 legislature pur essendo stato eletto solo nel 1992: 16 anni invece di 25. Oppure il democratico Rino Piscitello: 7.958 euro per quattro legislature nonostante non sia rimasto alla Camera 20 anni ma solo 14. Esattamente come il forzista Antonio Martusciello. Che però, con i suoi 46 anni, non solo ha messo a segno il record dei baby pensionati di questa tornata ma ha trovato subito una «paghetta» supplementare come presidente del consiglio di amministrazione della Mistral Air: la compagnia aerea delle Poste italiane.
C'è poi da stupirsi se, in un contesto così, le spese dei Palazzi hanno continuato a salire? Quirinale, Senato, Camera, Corte costituzionale, Cnel e Csm costavano tutti insieme nel 2001 un miliardo e 314 milioni di euro saliti in cinque anni a un miliardo e 774 milioni. Una somma mostruosa. Ma addirittura inferiore alla realtà, spiegò al primo rendiconto Tommaso Padoa-Schioppa: occorreva includere correttamente nel conto almeno altri duecento milioni di euro fino ad allora messi in carico ad altre amministrazioni dello Stato. Ed ecco che nel 2007 tutti gli organi istituzionali insieme avrebbero pesato sulle pubbliche casse per un miliardo e 945 milioni. Da aumentare nel 2008 fino a un miliardo e 998 milioni. A quel punto, ricorderete, nell'ottobre 2007 scoppiò un pandemonio: ma come, dopo tante promesse di tagli, il costo saliva di altri 53 milioni di euro, pari circa al bilancio annuale della monarchia britannica? Immediata retromarcia. Prima un ritocco al ribasso. Poi un altro. Fino a scendere a un miliardo e 955 milioni. «Solo» dieci milioncini in più rispetto al 2007. Col Quirinale che comunicava gongolante di aver tagliato, partendo dai corazzieri (lo specchietto comunemente usato per far luccicare gli occhi delle anime semplici), il 3 per mille. Certo, era pochino rispetto ai tagli del 61 per cento decisi dalla regina Elisabetta, però era già una (piccola) svolta...
Bene: non è andata così. Nell'assestamento di bilancio per il 2008 i numeri hanno continuato a salire e salire fino ad arrivare il 13 agosto a 2 miliardi e 55 milioni di euro. Cento milioni secchi più di quanto era stato annunciato in un tripudio di bandiere che sventolavano per festeggiare i «tagli». Risultato finale: l'aumento che avrebbe dovuto essere virtuosamente contenuto nello 0,5 per cento si è rivelato di almeno il 5,6: undici volte più alto.
I costi della politica: più 100 milioni
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Manu
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Sconvolgenti
Il tipico elettore berlusconiano
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“Per vincere le elezioni mi rivolgo agli elettori come se fossero ragazzini di 13 anni nemmeno tanto intelligenti”- Berlusconi sul rispetto che ha dei suoi elettori
“Il 54% degli italiani ha votato berlusconi, sono tutti stupidi secondo te?”
- Tipico argomento berlusconiano
“Si”
- Tipica risposta di chiunque sia dotato di un minimo di cervello
L'elettore berlusconiano è una creatura antropomorfa che per un cavillo giuridico ha diritto al voto: tecnicamente infatti appartiene alla specie umana (nella comunità scientifica comunque il dibattito è ancora aperto). Anche se nel mondo ci sono numerosi tipi di elettori di destra, nessuno può eguagliare i berlusconiani per ignoranza, stupidità, capacità di riportare un bastoncino lanciato lontano, puzza corporea: fanno infatti parte di quel Made in Italy di cui dobbiamo proprio essere fieri. Sono uno degli argomenti di chi sostiene che la dittatura sia meglio della democrazia. I berlusconiani, normalmente diffidenti verso la cultura (che giudicano di sinistra), hanno però un modo di “pensare” comune: questo è il frutto di anni di insegnamento di grandi maestri come Mike Buongiorno, Teo Mammuccari e Lucignolo (in tutti i sensi).
Il "pensiero" dell'elettore berlusconiano
Giustizia
L'elettore berlusconiano è convinto che i brigatisti, dopo essere diventati più radicali nelle loro posizioni, abbiano lasciato la lotta armata per diventare magistrati. I giudici vengono visti come infide creature che passano il loro tempo ad intercettare persone a caso, a perseguitare il povero Silvio ed a cercare di rovinare il natale. I berlusconiani, anche se non hanno mai visto un magistrato allo stato brado, ma solo in televisione ed allo zoo, condividono con il loro leader politico-religioso l'odio per questi pericolosi bolscevichi, odio che può essere paragonato a quello dei leghisti per i Bingo Bongo: come i leghisti infatti organizzano delle ronde per scovare i magistrati nelle loro tane e torturarli a suon di provvedimenti disciplinari.
Tasse
L'elettore berlusconiano considera le tasse un crimine contro l'umanità, come l'olocausto e la Par Condicio: è convinto che Prodi ed i comunisti abbiano inventato le tasse perchè sono invidiosi della ricchezza di Berlusconi e vogliono prendersi i soldi della povera gente (categoria alla quale pensa di appartenere anche se guida una Porsche, ovviamente Cayenne). Questo gregge di estimatori di Pippo Franco & Co. non riesce proprio a cogliere il difficile concetto "tu paghi le tasse in modo che lo stato possa garantirti dei servizi" e sogna un mondo finalmente libero dalle tasse, in cui "ciascuno lavorerà secondo le sue capacità, ed a ciascuno sarà dato secondo le sue necessità". Naturalmente, come supremo gesto rivoluzionario, quando può le tasse le evade, e ne va pure orgoglioso.
Par Condicio
L'elettore berlusconiano considera la Par Condicio un crimine contro l'umanità, come l'olocausto e le tasse. Sostiene che sia una legge liberticida, inventata dai comunisti perchè odiano la libertà di parola, ed è davvero convinto che a Silvio venga negata la possibilità di parlare ( ! ) e che quelle poche volte che parla le sue parole siano stravolte dai media comunisti (Anche se lo stesso Silvio ha acquistato diversi giornalisti). L'unico momento in cui inconsapevolmente applica la Par Condicio è quando condanna sia il fascismo che la resistenza, sostenendo, con lo stesso sorriso beota che ha quando guarda Buona Domenica, che partigiani e repubblichini vanno rispettati allo stesso modo, anche se combattevano per due cause diverse: gli uni per una feroce dittatura, quella comunista naturalmente, gli altri perchè i treni arrivavano in orario. Nella sua visione distorta del mondo gli americani si allearono con la repubblica di Salò per liberarci dalla resistenza.
La sua visione distorta del mondo: Teoria del Grande Complotto
L'elettore berlusconiano ha una conoscenza della storia politica italiana riassumibile con la frase: "Silvio ha salvato la democrazia dal golpe dei magistrati comunisti", frase che peraltro ripete in cotinuazione, secondo la formula "una bugia detta molte volte diventa verità". A questo punto l'elettore berlusconiano potrebbe rispondere che ciò è inverosimile, dato che nemmeno conosce la parola "golpe": d'altro canto non conosce neppure la parola "inverosimile" quindi questo non accadrà mai. Nella sua fragile mente quindi, concimata da anni di merda catodica, ha potuto attecchire una visione del mondo nota come Teoria del Grande Complotto: questa teoria, che unifica tutte le teorie complottistiche conosciute, sostiene che Magistrati, giornalisti, insegnanti, studenti, religioni monoteistiche, alieni, CIA (e molti altri ancora) complottino da anni contro Silviuccio perchè sono tutti invidiosi della sua ricchezza; ovviamente dietro ci sono sempre i comunisti. Tra i maggiori sostenitori di questa puttanata tesi vi sono grandi personalità come il senatore (o presunto tale) Paolo Guzzanti, l'acrobata intellettuale Giuliano Ferrara ed il detentore del record mondiale di maggior numero di noci di cocco spaccate a capocciate.
L'elettore berlusconiano in pillole
# È fedele lettore di quotidiani come "Il Giornale" e "Libero".
# I quotidiani sopracitati sono le sue sacre scritture.
# La sua dieta televisiva è a base di TG4 ed Emilio Fede.
# La responsabilità del degrado culturale del paese è ad esclusivo appannaggio del centro-sinistra...
# ...e da programmi televisivi come Amici di Maria De Filippi e il Grande Fratello...
# ...anch'essi manipolati dai comunisti.
# Ha letto "Il libro nero del comunismo".
# Ignora totalmente cosa sia la P2.
# O se lo sa, afferma che è tutto un complotto ordito dalla magistratura politicizzata.
# Marcello Dell'Utri è una delle vittime delle toghe rosse.
# Crede che Forza Italia è sia un meraviglioso progetto politico.
# Crede che Michela Vittoria Brambilla abbia delle proposte politiche, quando in realtà può proporre un paio di autoreggenti molto provocante.
# Ritiene che Napoli ora sia una città pulita.
# Bruno Vespa non può che essere il miglior giornalista italiano di tutti i tempi.
# Marco Travaglio non esiste.
# Il tribunale di Milano dovrebbe essere fatto detonare con venti tonnellate di esplosivo.
Tratto da Nonciclopedia
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Manu
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Popolo della Libertà (Provvisoria)
Brondoni teaches
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L'Italia è un paese migliore della destra che lo sta governando
Walter Veltroni (Il Corriere della Sera )
Mai sintesi politica fu più definita e immediata.
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Veltronius
Chi è Silvio Berlusconi?
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Ecco un film che dovrebbe essere visto da tutti.
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La prostituzione a puttane
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"La prostituzione mi fa orrore, mi fa rabbrividire, non capisco chi vende il proprio corpo".
Suvvia Mara, lo sai che non è vero: dipende quant'è il prezzo...
Se in cambio c'è un Ministero (magari quello per le Pari Opportunità) l'orrore diminuisce, vero?
Che le legge Merlin fosse da abrogare era cosa nota fosse alla stessa Lina Merlin, ma farlo con una legge se possibile ancora peggiore è un'altro discorso: il "Ddl Carfagna" (mai nome fu più appropriato per una legge che tratta di prostituzione) proibisce infatti la prostituzione sulle strade, punendo con il carcere sia le lucciole che i loro clienti, ma soprattutto senza risolvere minimamente il problema.
Partendo dal fatto che prostituirsi è un diritto sacrosanto e giuridicamente protetto, in quanto forma libertà personale di chi vuol vendere il proprio corpo, il decreto della Carfregna non affronta neanche lontanamente i problemi che comporta la prostituzione, come lo sfruttamento, le condizioni igieniche e l'evasione fiscale.
Il decreto, ideato senza neanche convocare i rappresentanti del mondo della prostituzione, sfregia la libertà personale che permette all'uomo di avere piena libertà del proprio corpo, e combatte il fenomeno "nascondendo la polvere sotto il tappeto", ossia combattendo il problema solo di facciata e non in profondità.
Nei paesi avanzati il problema della prostituzione è risolto con le Case Chiuse: luoghi igienici e controllati, che pagano dove le tasse dove le donne hanno la libertà di vendere il proprio corpo in maniera legale e protetta.
Lo Stato avrebbe un ritorno economico enorme, i cittadini troverebbero posti puliti e controllati, le prostitute avrebbero la pensione e l'assicurazione, la criminalità organizzata subirebbe un grosso colpo.
Invece, con questa legge partorita da un "luminare", gli unici risultati saranno più gente in carcere, più multe , più danni per le prostitute che saranno trattate come criminali, e un aumento dello sfruttamento della prostituzione domestica.
Chissà come mai parlando della Gelmini, Umberto Bossi disse: chi pretende di riformare la scuola dovrebbe come minimo aver insegnato. Sull'ultimo disegno di legge della Carfagna invece non ha avuto nulla da ridire...
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Manu
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Prostituzione
Il discorso integrale di Barack Obama a Denver (testo tradotto)
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Come promesso, dopo il video ecco proposto il testo tradotto dell'immenso discorso di Obama a Denver davanti a 84.000 persone.
Because we believe in you, Obama. Because we wanna change.
È con profonda gratitudine e grande umiltà che accetto la vostra nomination per la presidenza degli Stati Uniti.Lasciate anzitutto che ringrazi i miei avversari nelle primarie e in particolare colei che più a lungo mi ha conteso la vittoria – un faro per i lavoratori americani e fonte di ispirazione per le mie figlie e le vostre – Hillary Rodham Clinton.
Grazie anche al presidente Clinton e a Ted Kennedy, che incarna lo spirito di servizio, e al prossimo vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden.
Il mio amore va alla prossima First Lady, Michelle Obama e a Sasha e Malia. Vi amo e sono fiero di voi.
Quattro anni fa vi ho raccontato la mia storia, la storia di una breve unione tra un giovane del Kenya e una giovane del Kansas, persone qualunque e non ricche, ma che condividevano la convinzione che in America il loro figliolo potesse realizzare i suoi sogni.
È questa la ragione per cui mi trovo qui stasera. Perchè per 230 anni ogni qual volta questo ideale americano e’ stato minacciato, gli uomini e le donne di questo Paese – studenti e soldati, contadini e insegnanti, infermieri e bidelli – hanno trovato il coraggio di difenderlo.
Attraversiamo un momento difficile, un momento in cui il Paese e’ in guerra, l’economia e’ in crisi e il sogno americano e’ stato ancora una volta minacciato.
Oggi molti americani sono disoccupati e moltissimi sono costretti a lavorare di più per un salario inferiore. Molti di voi hanno perso la casa. Questi problemi non possono essere tutti imputati al governo. Ma la mancata risposta e’ il prodotto di una politica fallimentare e delle pessime scelte di George W. Bush. L’America è migliore della nazione che abbiamo visto negli ultimi otto anni. Il nostro Paese è più generoso di quello in cui un uomo in Indiana deve imballare i macchinari con i quali lavora da venti anni e vedere che vengono spediti in Cina e poi con le lacrime agli occhi deve tornare a casa e spiegare alla famiglia cosa è successo. Abbiamo più cuore di un governo che abbandona i reduci per le strade, condanna le famiglie alla povertà e assiste inerme alla devastazione di una grande città americana a causa di un nubifragio. Stasera agli americani, ai democratici, ai repubblicani, agli indipendenti di ogni parte del Paese dico una cosa sola: basta!
Abbiamo l’occasione di rilanciare nel ventunesimo secolo il sogno americano. Siamo qui stasera perchè amiamo il nostro Paese e non vogliamo che i prossimi quattro anni siano come gli otto che abbiamo alle spalle.
Ma non voglio essere frainteso.
Il candidato repubblicano, John McCain, ha indossato la divisa delle forze armate degli Stati Uniti con coraggio e onore e per questo gli dobbiamo gratitudine e rispetto. Ma i precedenti sono chiari: John McCain ha votato per George Bush il 90% delle volte.
Al senatore McCain piace parlare di giudizio, ma di quale giudizio parla visto che ha ritenuto che George Bush avesse ragione più del 90% delle volte? Non so come la pensate, ma a me il 10% non basta per cambiare le cose.
La verità è che su tutta una serie di questioni che avrebbero potuto cambiare la vostra vita – dall’assistenza sanitaria all’istruzione e all’economia – il senatore McCain non è stato per nulla autonomo.
Ha detto che l’economia ha fatto «grandi progressi» sotto la presidenza Bush.
Ha detto che i fondamentali dell’economia sono a posto. Ha detto che soffrivamo unicamente di una «recessione mentale» e che siamo diventati una «nazioni di piagnucoloni». Una nazione di piagnucoloni. Andatelo a dire ai metalmeccanici del Michigan che hanno volontariamente deciso di lavorare di piu’ per scongiurare la chiusura della fabbrica automobilistica.
Ditelo alle famiglie dei militari che portano il loro peso in silenzio. Questi sono gli americani che conosco.
McCain sarà in buona fede ma non sa come stanno le cose. Altrimenti come avrebbe potuto dire che appartengono al ceto medio tutti quelli che guadagnano meno di 5 milioni di dollari l’anno?
Come avrebbe potuto proporre centinaia di miliardi di sgravi fiscali per le grandi aziende e per le compagnie petrolifere e nemmeno un centesimo per oltre cento milioni di americani?
Da oltre due decenni McCain è fedele alla vecchia e screditata filosofia repubblicana secondo cui bisogna continuare a far arricchire quelli che sono già ricchi nella speranza che qualche briciola di prosperità cada dal tavolo e finisca agli altri.
Perdi il lavoro? Pura sfortuna. Non hai assistenza sanitaria? Ci penserà il mercato. Sei nato in una famiglia povera? Datti da fare. È ora di cambiare l’America. Noi democratici abbiamo del progresso una idea completamente diversa.
Per noi progresso vuol dire trovare un lavoro che ti consenta di pagare il mutuo; vuol dire poter mettere qualcosa da parte per mandare i figli all’università. Per noi progresso sono i 23 milioni di nuovi posti di lavoro creati da Bill Clinton quando era presidente.
Noi misuriamo la forza dell’economia non in base al numero dei miliardari, ma in base alla possibilità di un cittadino che ha una buona idea di rischiare e avviare una nuova impresa. Vogliamo una economia rispettosa della dignità del lavoro.
I criteri con cui valutiamo lo stato di salute dell’economia sono quelli che hanno reso grande questo Paese e che mi consentono di essere qui stasera. Perchè nei volti dei giovani reduci dell’Iraq e dell’Afghanistan vedo mio nonno che andò volontario a Pearl Harbour, combattè con il generale Patton e fu ricompensato da una nazione capace di gratitudine con la possibilità di andare all’università.
Nel volto del giovane studente che dorme appena tre ore per fare il turno di notte vedo mia madre che ha allevato da sola mia sorella e me e contemporaneamente ha finito gli studi. Quando parlo con gli operai che hanno perso il lavoro penso agli uomini e alle donne del South Side di Chicago che venti anni fa si batterono con coraggio dopo la chiusura dell’acciaieria.
Ignoro che idea abbia McCain della vita che conducono le celebrità, ma questa è stata la mia vita. Questi sono i miei eroi. Queste sono le vicende che mi hanno formato. Intendo vincere queste elezioni per rilanciare le speranze dell’America.
Ma quali sono queste speranze? Che ciascuno possa essere l’artefice della propria esistenza trattando gli altri con dignità e rispetto. Che il mercato premi il talento e l’innovazione e generi crescita, ma che le imprese si assumano le loro responsabilità e creino posti di lavoro.
Che il governo, pur non potendo risolvere tutti i problemi, faccia quello che non possiamo fare da soli: proteggerci e garantire una istruzione a tutti i bambini; preoccuparsi dell’ambiente e investire in scuole, strade, scienza e tecnologia.
Il governo deve lavorare per noi, non contro di noi. Deve garantire le opportunità non solo ai più ricchi e influenti, ma a tutti gli americani che hanno voglia di lavorare. Sono queste le promesse che dobbiamo mantenere. È questo il cambiamento di cui abbiamo bisogno. E sul tipo di cambiamento che auspico quando sarò presidente voglio essere molto chiaro.
Cambiamento vuol dire un sistema fiscale che non premi i lobbisti che hanno contribuito a farlo approvare, ma i lavoratori americani e le piccole imprese. Il mio programma prevede tagli fiscali del 95% a beneficio delle famiglie dei lavoratori. In questa situazione economica l’ultima cosa da fare e’ aumentare le tasse che colpiscono il ceto medio.
E per l’economia, per la sicurezza e per il futuro del pianeta prendo un impegno preciso: entro dieci anni sarà finita la nostra dipendenza dal petrolio del Medio Oriente. Da presidente sfrutterò le nostre riserve di gas naturale, investirò nel carbone pulito e nel nucleare sicuro. Inoltre investirò 150 miliardi di dollari in dieci anni sulle fonti energetiche rinnovabili: energia eolica, energia solare, biocombustibili.
L’America deve pensare in grande. È giunto il momento di tenere fede all’obbligo morale di garantire una istruzione adeguata a tutti i bambini. Assumerò un esercito di nuovi insegnanti pagandoli meglio e appoggiandoli nel loro lavoro.
È giunto il momento di garantire l’assistenza sanitaria a tutti gli americani. È giunto il momento di garantire ai lavoratori il congedo per malattia retribuito perché in America nessuno dovrebbe scegliere tra mantenere il lavoro o prendersi cura di un figlio o di un genitore ammalato. È giunto il momento di realizzare la parità salariale tra uomini e donne perché voglio che le mie figlie abbiano esattamente lo stesso trattamento dei vostri figli.
Molti di questi programmi richiederanno grossi investimenti ma ho previsto la copertura finanziaria per ogni progetto di riforma. Ma realizzare le speranze americane comporta qualcosa di più del denaro. Comporta senso di responsabilità e la riscoperta di quella che John F. Kennedy definì «la forza morale e intellettuale». Ma il governo non può fare tutto. Nessuno può sostituire i genitori. Il governo non può spegnere il televisore nelle vostre case per far fare i compiti ai figli e non è compito del governo allevare i figli con amore.
Responsabilità personale e collettiva: è questo il senso delle speranze americane.Ma i valori dell’America vanno realizzati non solo in patria, ma anche all’estero. John McCain dubita delle mie capacità di fare il comandante in capo. Mi ha sfidato a sostenere un dibattito televisivo su questo tema. Non mi tirerò indietro. Dopo l’11 settembre mi sono opposto alla guerra in Iraq perché ritenevo che ci avrebbe distratto dalle vere minacce. John McCain ama ripetere che è disposto a seguire Bin Laden fino alle porte dell’inferno, ma in realtà non vuole andare nemmeno nella grotta in cui vive.
L’Iraq ha un avanzo di bilancio di 79 miliardi di dollari mentre noi sprofondiamo nel deficit eppure John McCain, testardamente, si rifiuta di mettere fine a questa guerra insensata. Abbiamo bisogno di un presidente capace di affrontare le minacce del futuro e non aggrappato alle idee del passato. Non si smantella una rete terroristica che opera in 80 Paesi occupando l’Iraq. Non si protegge Israele e non si dissuade l’Iran facendo i duri a parole a Washington. Non si può fingere di stare dalla parte della Georgia dopo aver logorato i rapporti con i nostri alleati storici.
Se John McCain vuol continuare sulla falsariga di Bush, quella delle parole dure e delle pessime strategie, faccia pure, ma non è il cambiamento che serve agli americani. Siamo il partito di Roosevelt. Siamo il partito di Kennedy. E quindi non venitemi a dire che i democratici non difenderanno il nostro Paese. Come comandante in capo non esiterò mai a difendere questa nazione.
Metterò fine alla guerra in Iraq in maniera responsabile e combatterò contro Al Qaeda e i talebani in Afghanistan. Rimetterò in piedi l’esercito. Ma farò nuovamente ricorso alla diplomazia per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e per contenere l’aggressività russa. Creerò nuove alleanze per vincere le sfide del ventunesimo secolo: terrorismo e proliferazione nucleare; povertà e genocidio; cambiamento climatico e malattie. E ripristinerò la nostra reputazione morale perchè l’America torni ad essere per tutti il faro della speranza, della libertà, della pace e di un futuro migliore.
È questo il mio programma. Sono tempi duri, la posta in gioco è troppo alta perchè si continui a demonizzare l’avversario. Il patriottismo non ha bandiere di partito. Amo questo Paese, ma lo ama anche John McCain. Gli uomini e le donne che si battono sui campi di battaglia possono essere democratici, repubblicani o indipendenti, ma hanno combattuto insieme e spesso sono morti insieme per amore della stessa bandiera.
Il compito che ci aspetta non è facile. Le sfide che dobbiamo affrontare comportano scelte difficili e sia i democratici che i repubblicani debbono abbandonare le vecchie, logore idee e la politica del passato. Negli ultimi otto anni non abbiamo perso solamente posti di lavoro o potere d’acquisto; abbiamo perso il senso dell’unità di intenti. Possiamo non essere d’accordo sull’aborto, ma certamente tutti vogliamo ridurre il numero delle gravidanze indesiderate.
Il possesso delle armi da fuoco non è la stessa cosa per i cacciatori dell’Ohio e i cittadini di Cleveland minacciati dalle bande criminali, ma non venitemi a dire che violiamo il secondo emendamento della Costituzione se impediamo ai criminali di girare con un kalashnikov. So che ci sono divergenze sul matrimonio gay, ma sono certo che tutti siamo d’accordo sul fatto che i nostri fratelli gay e le nostre sorelle lesbiche hanno il diritto di fare visita in ospedale alla persona che amano e hanno il diritto a non essere discriminati. Una grande battaglia elettorale si vince sulle piccole cose.
So di non essere il candidato più probabile per questa carica. Non ho il classico pedigree e non ho passato la vita nei Palazzi di Washington. Ma stasera sono qui perchè in tutta l’America qualcosa si sta muovendo. I cinici non capiscono che questa elezione non riguarda me. Riguarda voi. Per 18 mesi vi siete impegnati e battuti e avete diffusamente parlato della politica del passato. Il rischio maggiore è aggrapparsi alla vecchia politica con gli stessi vecchi personaggi e sperare che il risultato sia diverso.
Avete capito che nei momenti decisivi come questo il cambiamento non viene da Washington. È Washington che bisogna cambiare. Il cambiamento lo chiedono gli americani. Ma sono convinto che il cambiamento di cui abbiamo bisogno è alle porte. L’ho visto con i miei occhi. L’ho visto in Illinois dove abbiamo garantito l’assistenza sanitaria ai bambini e dato un posto di lavoro a molte famiglie che vivevano con il sussidio di disoccupazione.
L’ho visto a Washington quando con esponenti di entrambi i partiti ci siamo battuti contro l’eccessiva invadenza dei lobbisti e quando abbiamo presentato proposte a favore dei reduci. E l’ho visto nel corso di questa campagna elettorale.
L’ho visto nei giovani che hanno votato per la prima volta, nei repubblicani che non avrebbero mai pensato di poter scegliere un democratico, nei lavoratori che hanno scelto di auto-ridursi l’orario di lavoro per non far perdere il posto ai compagni, nei soldati che hanno perso un arto, nella gente che accoglie in casa un estraneo quando c’è un uragano o una inondazione. Il nostro è il Paese più ricco della terra, ma non è questo che ci rende ricchi. Abbiamo l’esercito più potente del mondo, ma non è questo che ci rende forti. Le nostre università e la nostra cultura sono l’invidia del mondo, ma non è per questo che gente di ogni parte del mondo viene in America.
È lo spirito americano – quella promessa americana – che ci spinge ad andare avanti anche quando il cammino sembra incerto. Quella promessa è il nostro grande patrimonio. È la promessa che faccio alle mie figlie quando rimbocco loro le coperte la sera, la promessa che ha indotto gli immigranti ad attraversare gli oceani e i pionieri a colonizzare il West, la promessa che ha spinto i lavoratori a lottare per i loro diritti scioperando e picchettando le fabbriche e le donne a conquistare il diritto di voto.
È la promessa che 45 anni fa fece affluire milioni di americani a Washington per ascoltare le parole e il sogno di un giovane predicatore della Georgia. Gli uomini e le donne lì riuniti avrebbero potuto ascoltare molte cose. Avrebbero potuto ascoltare parole di rabbia e di discordia. Avrebbero potuto cedere alla paura e alla frustrazione per i tanti sogni infranti. Ma invece ascoltarono parole di ottimismo, capirono che in America il nostro destino è inestricabilmente legato a quello degli altri e che insieme possiamo realizzare i nostri sogni. «Non possiamo camminare da soli», diceva con passione il predicatore. «E mentre camminiamo dobbiamo impegnarci ad andare sempre avanti e a non tornare indietro».
America, non possiamo tornare indietro. C’è molto da fare. Ci sono molti bambini da educare e molti reduci cui prestare assistenza. Ci sono una economia da rilanciare, città da ricostruire e aziende agricole da salvare. Ci sono molte famiglie da proteggere. Non possiamo camminare da soli. In questa campagna elettorale dobbiamo prendere nuovamente l’impegno di guardare al futuro.
Manteniamo quella promessa – la promessa americana. Grazie. Che Dio vi benedica. Che Dio benedica gli Stati Uniti d’America.
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Manu
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Barack Obama,
Politica,
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Il discorso integrale di Barack Obama a Denver
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Ecco il video dell'immenso discorso pronunciato da Barack Obama a Denver, davanti a 84.000 persone.
Because we are with you, Obama. Because yes, we can.
A breve la traduzione scritta..
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Manu
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Barack Obama,
Politica,
USA
Ehud Olmert, uno strano politico
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"Sono fiero di appartenere a uno Stato in cui un premier può essere investigato come un semplice cittadino. Un premier non può essere al di sopra della legge, ma nemmeno al di sotto. Se devo scegliere fra me, la consapevolezza di essere innocente, e il fatto che restando al mio posto possa mettere in grave imbarazzo il Paese che amo e che ho l’onore di rappresentare, non ho dubbi: mi faccio da parte perché anche il primo ministro dev’essere giudicato come gli altri. Dimostrerò che le accuse di corruzione sono infondate da cittadino qualunque. Errori ne ho commessi e me ne pento. Per la carica che occupo ero consapevole di poter finire al centro di attacchi feroci. Ma nel mio caso si è passata la misura."
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Manu
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Ehud Olmert,
Politica
Dell'elmo di Scipio si "fascia" la testa...
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BerlusKane,
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Bossi,
Politica
L'inizio della fine
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Ora: in un paese con il più alto debito pubblico d'Europa, il tasso di crescita più basso del continente, l'inflazione alle stelle, il caro-vita, la mafia, l'evasione fiscale come sport nazionale, la clandestinità alle stelle, la sicurezza come problema prioritario, a chi giova veramente l'immunità delle quattro più alte cariche dello Stato? La risposta è talmente banale che non mi sforzerò nemmeno a dirla.
Perchè quattro cariche prima di tutto? Se noi analizziamo le vicissitudini delle suddette quattro cariche, Berlusconi, Fini, Schifani e Napolitano, notiamo che l'unico ad avere guai con la giustizia è solo lui: Grande Puffo. Il processo, anzi i processi che ha in corso li conoscono tutti: corruzione in atti giudiziari nel processo Mills, corruzione per le telefonate con Agostino Saccà e il processo per presunti fondi neri Mediaset. L'unico che ha bisogno dell'immunità è lui. Ma perchè allora includere anche le altre tre cariche? Il motivo è sotto gli occhi di tutti: se avesse promulgato una legge che dava l'immunità solo a quelli di nome Silvio e alti 1.50m, la gente avrebbe potuto insospettirsi. La decisione di allargare inoltre l'immunità ad altre tre persone da, inoltre, un senso di bisogno generale della legge: 4 persone saranno sopra la legge, ma è un bisogno della collettività, non suo...
Perchè tutta questa fretta? Insomma, perchè questo provvedimento dovrebbe essere così urgente per i cittadini da dover essere addiritura promulgato entro i primi cento giorni? Anche in questo caso la risposta è così semplice da cadere nel banale: i processi del Puffo sono tutti con data di scadenza molto ravvicinata; uno addirittura (il processo Mills), è prossimo al giudizio di primo grado. Secondo lo stesso avvocato di Berlusconi Gaetano Pecorella, il premier rischierebbe una "condanna a sei anni di carcere".
Il tempo scorre, le condanne si avvicinano.
I media ovviamente hanno trasmesso di tutto in questi giorni per distogliere l'attenzione del grande pubblico dai guai giudiziari di Berlusconi: dall'omicidio di Federica (discusso e ridiscusso per 10 giorni consecutivamente), al prossimo acquisto di Ronaldinho (classica notizia estiva per sviare i calciofili su giornali "meno impegnativi" come la Gazzetta dello Sport), agli ultimi amori delle zoccole gentilmente chiamate soubrette che animano il tubo catodico. Come è possibile che in un paese sommerso dai problemi, un provvedimento palesemente ad personam e propagandato come emergenza collettiva, non faccia gridare allo scandalo? Il controllo dell'informazione è il primo passo per il consenso popolare: come diceva Joseph Goebbles, mago della propaganda nazista: "Qualsiasi bugia, se ripetuta mille volte, si trasformerà gradualmente in verità". Bisogna costringere la gente a pensare quello che il governo vuole che la gente pensi. Le emergenze vengono create a tavolino per muovere il consenso: ai tempi del Governo Prodi, i media urlavano lo scandalo delle tasse troppo alte e dell'emergenza caro-vita; ieri Tremonti ha dichiarato che è impensabile abbassare le tasse.
Lo diceva Licio Gelli trent'anni fa: "Il vero potere risiede nel controllo dei mezzi di informazione".
Per fare una golpe oggi non servono spargimenti di sangue, o marce, o omicidi: con il controllo dell'informazione si esercita una manipolazione della realtà, che permette gli risultati ancora migliori.
Tutte le dittature iniziano con il consenso generale, dovuto soprattutto alla creazione di una falsa emergenza:
io ve l'avevo detto...
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Manu
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BerlusKane,
Lodo Alfano,
Politica,
Regime Berlusconi III
Il Codice Berlusconi
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5 aprile 2001, Silvio Berlusconi: “Riscriverò i Codici. Se ne sono occupati Napoleone, Giustiniano… Noi siamo piccolissimi, ma ci proveremo”.
Ecco il “Codice Berlusconi”. Tutte queste leggi sono state approvate con rapidità mai vista, spesso con il ricorso alla fiducia. Di seguito l’elenco delle più significative.
Informazione
23 luglio 2003 il Senato approva la legge Gasparri sulla rai-tv, non firmata dal presidente Ciampi a norma dell’articolo 74 della Costituzione, ritoccata dal Parlamento in modo non sostanziale, rimandata al Quirinale e obbligatoriamente promulgata. La proroga per le trasmissioni in analogico di Rete4 è già un primo risultato clamoroso della “riforma dell’emittenza”, ma c’è anche l’abolizione delle norme che vietano incroci e limiti della proprietà tra tv e carta stampata e un paniere che amplia le potenzialità pubblicitarie.
Giustizia
Il falso in bilancio, legge approvata nei primi cento giorni del governo Berlusconi depenalizza di fatto il reato di falso in bilancio, trasformato da “reato di pericolo” (che protegge interessi diffusi) a “reato di danno” (che protegge chi ha ricevuto un danno economico). Secondo la nuova legge, nel caso di società non quotate in Borsa il falso in bilancio può essere perseguito soltanto in seguito a querela di parte: querela assolutamente improbabile, poiché di norma i soci, che avrebbero titolo a querelare, sono coloro che traggono benefici dal reato. Piercamillo Davigo: “Sarebbe come pretendere che il furto divenga perseguibile a querela del ladro”. Il 5 maggio 2005 la Ue ha bocciato il ricorso dei giudici milanesi. Nel 2004 la Corte costituzionale s’era già pronunciata a favore della legge. Oltre ad allontanare investitori esteri, allarmati da uno Stato lassista, si sono disinnescate le indagini sul caso All Iberian.
Le rogatorie internazionali
Legge approvata a tambur battente nel 2001 e inapplicata nella pratica giudiziaria perché è prevalente il diritto internazionale. Disciplina le rogatorie internazionali e ratifica la convenzione di cooperazione giudiziaria tra Italia e Svizzera. Nel passaggio al Senato la legge ha subito due modifiche piuttosto particolari: si può applicare ai processi in corso e annulla le rogatorie macchiate da vizi formali. Così sono divenute inutilizzabile le imbarazzanti dichiarazioni sui movimenti nei conti correnti esteri di Previti, di Squillante e del responsabile di Mediaset).
Il lodo Schifani La legge blocca processi per le cinque più alte cariche dello Stato viene approvata a giugno del 2001. La Corte Costituzionale l’ha giudicato incompatibile con la nostra Costituzione (soprattutto con l’art.3) ma è bastata qualche piccola modifica e la legge è stata varata.
La legge Cirami-Carrara sul legittimo sospetto, è legge dal novembre del 2002, ritenuta senza effetti dalla Corte di Cassazione. Il legittimo sospetto è essenzialmente il dubbio che il tribunale chiamato a giudicare non sia imparziale. Il giudice può essere ricusato se ha espresso pubblicamente un orientamento sul processo oppure se ha rapporti con l’imputato. Se la Cassazione riconosce che il giudice non garantisce imparzialità, trasferisce il processo in un’altra città, dove ricomincerà da zero. L’effetto è bloccare, errando di città in città, le conclusioni del processo, in attesa della prescrizione.
La legge sull’ordinamento giudiziario (non firmata da Ciampi per motivi di palese incostituzionalità e rimandata il 16 dicembre 2004 al Parlamento) approvata dal senato il 29 giugno 2005. Prevede tra l’altro:
1) Divisione delle funzioni dei magistrati. Diventerebbe più difficile passare dalla funzione inquirente a quella giudicante e viceversa.
2) Alla Corte di cassazione verrebbe concesso un ruolo di vertice dell’organizzazione giudiziaria, con attribuzioni erose anche al Csm. Una scelta che tradisce lo spirito della nostra Carta costituzionale, la quale alla Cassazione riserva un ruolo di controllo delle sentenze, non anche dei giudici che le hanno emesse.
3) Potenziato il ruolo dei Consigli giudiziari, organi decentrati in cui sarebbero rappresentati anche gli avvocati e gli enti locali interessati alla gestione dei servizi dell’amministrazione giudiziaria. Ma così i membri «laici» (cioè non magistrati) parteciperebbero a delibere relative anche allo status dei magistrati, in contrasto con la Costituzione che garantisce l’autonomia delle toghe, soggette soltanto alla legge.
La legge salva-Previti, ex Cirielli. Il senatore Previti è stato condannato a undici anni per la vicenda Imi-Sir e a cinque anni per la Sme (corruzione); la legge è stata approvata il 16 dicembre 2004 dalla Camera. Di fatto, dimezza i termini di prescrizione e libera l’avvocato e deputato di Forza Italia dal rischio di veder confermare in appello le sue condanne a 16 anni per tre corruzioni giudiziarie (casi Imi-Sir, Lodo Mondadori e Squillante). La legge però ha l’effetto di spazzare via moltissimi altri processi in attesa di sentenza definitiva. Tra questi, la maggior parte dei dibattimenti per omicidi colposi e lesioni anche gravi, quelli contro truffatori, ladri e in generale tutti coloro che hanno commesso reati puniti con una pena massima non superiore a cinque anni. L’effetto economico è che le vittime o i loro parenti non potranno ottenere il risarcimento dei danni come parti civili.
Fisco
Rientro dei capitali: è stato permesso per legge, con una modica tassazione (del 2,5 per cento), il rientro dei capitali (anche quelli opachi) fuggiti all’estero e per anni invisibili al fisco. Una forma creativa di sanatoria, un modo per il Tesoro di fare cassa. Ma anche una inedita forma di riciclaggio di Stato, di ricettazione istituzionalizzata.
Condono fiscale: uno schiaffo morale per i cittadini che hanno regolarmente pagato le tasse, uno strumento interessante per le aziende di Berlusconi. Alle dichiarazioni del premier che Mediaset non si sarebbe avvalsa del condono è seguita una adesione e un risparmio di centinaia di milioni di euro.
Bancarotta: Un progetto di legge presentato alla Camera da Niccolò Ghedini, avvocato di Berlusconi, prevede che il reato di bancarotta fraudolenta, ora severamente punito con pene dai 3 ai 10 anni e prescritto in 22 anni, diventi un reato «leggero», con pena massima 3 anni, dunque senza carcere. Secondo la legge Ghedini, il bancarottiere diventa poi del tutto non punibile se risarcisce una parte del danno. Rubare diventerebbe dunque di fatto legale, purché lo si faccia alla grande e con metodi da colletto bianco: non punibile sarebbe, per esempio, chi fa bancarotta per 100 miliardi, poi restituisce 70 e se ne intasca, all’estero, 30. La legge sarebbe retroattiva. Il progetto era stato nascosto all’interno del maxiemendamento sulla Competitività approvato a maggio del 2005. Prevedeva una riduzione di pena da 10 a 6 anni per i bancarottieri, poi però con un emendamento è stata corretta e riportata a 10.
Ringrazio Lukalog.net per la fonte.
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Manu
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Berlusconi III,
BerlusKane,
Democrazia?,
Politica
A proposito della politica...
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Manu
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Aforismi,
Barzellette,
Politica
Gay sì, stupidi no
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Buttiglione: "Anche nella DC c'erano molti omosessuali. Io stesso ho molti amici omosessuali, ma nessuno di loro mi ha mai fatto la corte." (Corriere della Sera)
Ah Rocco.... gay sì, stupidi no..
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Manu
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Gay,
Politica
L'alfabeto della politica italiana
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Ecco a voi, lettera per lettera, per che cosa si contradistingue la politica italiana.
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Alfabeto,
Itaglia,
Politica
Profilo del politico medio
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Il fatidico momenti si sta per avvicinare.
Per i più smemorati ho preparato un profilo del politico italiano medio.
Così, per non dimenticare...
L'età media è di 54 anni, una delle più alte d'Europa, con picchi notevoli per quanto riguarda i candidati premier: Berlusconi ha 72 anni (25 anni in più di Zapatero, 24 in più di Obama, 20 in più di Sarkozy), Bertinotti 68.
Tenendo conto che l'età media del paese è 42 anni, si capisce l'effettivo grado di rappresentanza dei politici rispetto alla popolazione.
Il politico italiano medio proviene dalla Prima Repubblica, in particolar modo dalla DC, dal PSI, dal PCI. I politici di questi partiti, che vennero sciolti per aver ricevuto finanziamenti illeciti, emigrarono nelle formazioni appena createsi (Forza Italia, AN, Lega, Ulivo, ecc).
Il caso più eclatante può essere forse quello di Sandro Bondi, da compagno di lunga militanza nel Partito Comunista Italiano, a fedelissimo del Cavaliere Silvio Berlusconi, il novello McCarthy.
Il rapporto con la giustizia del politico medio italiano non è propriamente idilliaco.
I politici nostrani si dividono in tre grosse liste: gli indagati; i condannati (in via definitiva o in primo grado) e i salvati dalla prescrizione o da qualche legge ad personae.
I partiti italiani hanno la media di 13 "diversamente onesti" nelle proprie fila: anche in questo caso il record spetta al Popolo dei Prescritti in Libertà (56), seguito da Lega (9), Udc (9), Pd (18), Partito Socialista (2), Sinistra Arcobaleno (2), LaDestra (2) e Aborto?No Grazie (1).
Unica eccezione alla regola è costituita dall'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro.
Infine, il patrimonio. Il reddito del politico italiano medio ammonta a circa 210.000 euro all'anno, considerando lo stipendio di 16.000 euro al mese più tutti i benefit. Primo in questa classifica è ancora Silvio Berlusconi, che ha dichiarato un reddito imponibile di 139.245.570 euro. Al secondo posto la candidata premier della Destra, miss Billionaire, Daniela Santanchè, con un reddito imponibile di 237.665 euro e, e, dietro di lei, il presidente della Camera e candidato premier della Sinistra Arcobaleno, Fausto Bertinotti, con un reddito imponibile di 233.195 euro.
Insomma: non saranno dei grandi politici, ma in certi campi si fanno ancora rispettare....
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Manu
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Elezioni,
Politica
La democrazia ha fallito
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La democrazia dovrebbe essere, nella sua concezione più alta, la dittatura della maggioranza.
Nel corso della sua evoluzione sociale, il compromesso adottato dall'uomo per garantire la sua sopravvivenza, è stato quello di privilegiare gli interessi di una maggioranza di individui a scapito di una minoranza. Questo sistema, se concettualmente equilibrato e garantista, non è mai stato realmente adempiuto.
Nell'Antica Grecia, che i più ritengono essere la madre della democrazia, non vi è mai stato niente di lontanamente simile: le decisioni venivano prese da una ristretta elitè; il voto era permesso solo ai ceti più ricchi e negato agli schiavi e alle donne, che rappresentavano la stragrande maggioranza della popolazione. Già le città-stato greche, dunque, si configuravano come delle oligarchie: la maggioranza doveva subire le decisioni, prese da un ristretto numero di persone, senza avere un ruolo attivo nel processo decisionale.
Già Aristotele vedeva nel principio democratico la legittimazione di un governo di parte, veicolo di interessi elitari.
In epoca illuminista, Jean-Jacques Rosseau, sostenne che solo in un governo repubblicano, adottato in uno Stato dalle piccole dimensioni dove fosse possibile la gestione diretta del potere da parte del popolo, era compatibile con i valori democratici. A suo parere solo in un contesto simile avrebbe potuto prender corpo quella volontà generale, infallibile e indivisibile, attraverso la quale il popolo sarebbe stato in grado di esercitare il potere di fare le leggi, assicurando la partecipazione al processo a tutti i cittadini.
La democrazia, infatti, ha un enorme, invalicabile, insormontabile limite: non è diretta.
La democrazia è sempre stata l'espressione delle classi dominanti, dei ceti più ricchi, delle lobbies di potere. William Penn disse "Lasciate che la gente creda di governare, e sarà governata."
Nel corso della storia il popolo non ha mai scelto chi comandasse per loro (espressione già di per sè non felice), ma chi comandasse loro. I politici eletti non rappresentano nessuno, sono solo dei burattini in mano alle lobbies economiche, che hanno un potere pressochè assoluto delle banche, dell'economia, dei media. Non serve controllare la politica per controllare un paese, basta controllare l'economia e l'informazione. Noi scegliamo il burattino che più ci piace, e loro muovono i fili.
Questa non è democrazia. Non è niente.
Questa elitè, attraverso la manipolazione dei bisogni e il controllo dell’informazione, impone gli interessi di una minoranza potente alla maggioranza dei cittadini. Ci sono moltissimi esempi: i gruppi petroliferi, bancarie ed editoriali costituiscono un tutt'uno; spesso hanno manager e CDA in comune, perseguono gli stessi interessi. Questa potentissima mano tiene in pugno la politica di uno Stato: come diceva Ezra Pound: "I politici sono i camerieri dei banchieri"; sono loro che governano. I politici hanno bisogno dei loro capitali, che essi "generosamente" concedono in cambio dell'assoluta fedeltà.
Per carità.. non voglio arrivare a patetiche tesi complottiste o "stegogratiche".
Ma un'analisi profonda del sistema, permette di comprendere l'assoluta inesistenza di concetti quali l'uguaglianza, la libertà, la giustizia.
Le leggi, base della società, la linea di confine che distingue ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, vengono fatte dai burattini dei banchieri. Sono loro a decidere cosa si può fare e cosa no, a seconda dei loro interessi.
La libertà non esiste. L'informazione è il prerequisito della libertà, perchè solo la conoscenza rende liberi. Chi ha a disposizione molte strade può scegliere, chi ha solo una strada è costretto a percorrerla; è la conoscenza che ti permette di crearti o trovare vie alternative.
Chi controlla l'informazione cerca di creare un pensiero unico, perchè è molto più semplice da controllare ed indirizzare a proprio piacimento. Lo sapeva bene Licio Gelli, Maestro Venerabile della loggia massonica P2: "Il vero potere risiede nelle mani dei detentori dei mass media".
L'uguaglianza è pressoche una montatura: far credere che il tuo voto sia uguale a quello di Montezemolo è fumo negli occhi, oppio dato ai popoli (ringrazio Karl per la citazione), un pro-forma farmaceutico. Certo: il mio voto è uguale a quello di Montezemolo, di Agnelli, di Geronzi, ma solo numericamente! Poi sono loro che stringono accordi, sono loro che cenano insieme, sono loro che discutono del mio destino. Hanno rapporti con il potere politico perchè rappresentano il potere economico; sempre Ezra Pound diceva: "Chi non si intende di economia, non capisce affatto la storia.". Bisogna vedere chi detiene il potere economico per capire chi ha quello politico.
Forse aveva ragione Churchill: "La democrazia non è la miglior forma di governo. E' il massimo che abbiamo saputo trovare..." (e adesso la finisco con le citazioni :-)
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Manu
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Addii,
Democrazia?,
Politica
La terza via della socialdemocrazia europea: tra regimi totalitari e capitalismo estremo
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Vi propongo oggi un articolo di Antonio Cilardo (Il blog dell'uomo qualunque), sulla socialdemocrazia europea. Ritengo questo articolo (qui l'originale) molto interessante e degno di una lettura approfondita.
Gli ultimi venticinque anni sono stati segnati dall’affermazione, nel mondo intero, del pensiero politico liberale. Attualmente quasi nessuno, nel nostro paese come nel resto d’Occidente, mette in discussione il capitalismo e l’economia di mercato, oppure l’idea che le attività produttive non debbano essere pianificate dallo Stato ma demandate in larghissima misura all’iniziativa economica privata. Esistono, però, diverse concezioni del capitalismo: alcune estreme, altre più morbide. La socialdemocrazia, nel secolo scorso, ha proposto con successo una versione temperata del capitalismo, capace di coniugare il diritto dei privati a creare ricchezza con le istanze di equilibrio e giustizia sociale.Ritengo il discorso sulla socialdemocrazia di primaria importanza per uscire dall'eterno e stupido dualismo "capitalismo-comunismo". Nelle prossime puntate parlerò degli esempi di socialdemocrazia europea, ai quali il nostro paese deve tendere, come la Svezia, la Norvegia e gli altri paesi nordici.E’ questo il tema portante di The primacy of politics – Social democracy and the making of Europe’s twentieth, un volume di Sheri Barman, ricercatrice presso la Columbia university, non ancora tradotto in italiano e pubblicato nel 2006 dall’università di Cambridge. L’autrice smentisce la convinzione che il Novecento abbia registrato lo scontro tra un modello politico liberale, fondato sull’economia di mercato e la completa libertà dell’iniziativa privata, e il modello politico autoritario e centralizzato dei regimi totalitari di destra e di sinistra (nazismo, fascismo, comunismo).
A vincere questa battaglia, infatti, non è stato il liberalismo di stampo ottocentesco, ispirato alla filosofia del laissez faire, ma un modello terzo, meno estremo, che attribuiva allo Stato il ruolo di armonizzare l’iniziativa dei privati e correggere i difetti del mercato. A vincere la battaglia del Novecento, secondo l’autrice, è stata la socialdemocrazia: non mera variante del liberalismo ma modello politico autonomo che, all’indomani della seconda guerra mondiale, ha accompagnato la ricostruzione dell’Europa occidentale con una sua concezione dei rapporti tra stato, mercato e società. In alternativa al nazifascismo la socialdemocrazia rifiuta la violenza e l’autoritarismo; in alternativa al marxismo e al liberalismo ortodosso, invece, la socialdemocrazia nega che l’economia sia la forza trainante della storia, ribadendo il primato della politica e del senso comunitario, nonché dell’azione collettiva sull’azione individuale.
Secondo l’autrice la socialdemocrazia è stata l’ideologia di maggior successo del secolo scorso; ha contribuito all’evoluzione del sistema liberale in un’epoca, quella a cavallo tra le guerre mondiali, in cui l’offensiva dei regimi totalitari si faceva temibile e minacciava di stringere l’Europa come una tenaglia. Dimostrazione della grande flessibilità di quel sistema politico ed economico; capace, a differenza dei sistemi autoritari, di aggiornarsi e introiettare correttivi provenienti sia dall’interno che dall’esterno.
Una flessibilità che l’autrice non ritrova in molti dei fautori attuali del pensiero liberale, troppo rigidi: il liberalismo è la chiave di lettura più adatta per capire la realtà di oggi (non soltanto nel nostro paese: nell’epoca della globalizzazione i vari scenari planetari tendono inevitabilmente a uniformarsi), ma non può essere assolutizzata. Non può assurgere a dogma. Non dobbiamo concludere che il liberalismo sia la forma necessariamente migliore e più giusta, se non addirittura quella naturale, per organizzare la realtà economica e sociale. L’autrice si sofferma anche sul tema della globalizzazione: fenomeno ineluttabile che non va demonizzato ma governato secondo una visione armonica ed equilibrata. Proprio come ha fatto la socialdemocrazia con liberalismo e mercato: stimolare la produzione di ricchezza garantendo un benessere sociale diffuso.
Giorgio La Malfa, dalle colonne del Riformista, ha elogiato l’analisi della Berman, sottolineando però che riproporre su scala globale il compromesso socialdemocratico sarebbe oggi impossibile: le vecchie politiche socialdemocratiche (basate su programmazione, proprietà pubblica, ridistribuzione del reddito) erano fattibili in una fase storica precedente la globalizzazione, quando le barriere che separavano gli stati erano più solide di oggi ed era possibile, per i governi nazionali, controllare in regime di monopolio alcuni settori strategici (come energia e telecomunicazioni) e reinvestire all’interno dei propri confini quanto riscosso attraverso il prelievo fiscale. Si trattava di mungere le mucche senza mangiarle, come affermavano i socialdemocratici svedesi: ma una visione del genere presuppone che le mucche non debbano scappare dal recinto e che vi siano adeguate barriere fisiche e legali.
Barriere che nella società globale sono venute a cadere: ridistribuire il reddito e stimolare la domanda interna, adesso, non significa necessariamente far circolare maggiore ricchezza al proprio interno. Le economie nazionali non possono concepirsi come sistemi chiusi e per un governo di qualsiasi colore è diventato praticamente impossibile non tener conto di ciò che accade a livello globale.
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Manu
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Autore: Manu / Feed: Rss 2.0 / Technorati Profile
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